DOMENICO BERTONE MISIANO

20.04.2016 16:00
Rubrica Europa Elenofona di Filippo Violi
                     Domenico Bertone Misiano nasce a Bova il 15 luglio 1865 e viene subito catturato in quel vasto cenacolo di scrittori e studiosi bovesi da cui la città di Bova traeva gran vanto. Intraprende gli studi di Giurisprudenza e si laurea in questa facoltà, ma in realtà egli è portato per gli studi umanistici e per gli esiti che la storia dei popoli avevano impresso sulla nostra terra. Dal 1922 al 1930 scrive e pubblica quattro opere nelle quali delinea la storia etnologica dell'Italia antica e di Bova, in uno studio accurato sulla nascita, i fondatori e l'origine del nome stesso di Bova. Sono questi gli studi che più concorrono a delineare la sua personalità e che corrispondono intimamente alla ricchezza di studi di un'epoca che si dibatte tra desideri e possibilità concrete e che, in tutta l'area grecanica, aveva il suo punto di riferimento e il suo centro focale a Bova. La professione di avvocato non lo appassionò molto, al punto da seguire quasi le orme paterne, lavorando cioè nella sua farmacia. Morì a Bova Marina il 12 febbraio del 1943.
LE OPERE STORICHE: I POPOLI PREISTORICI DELL'ITALIA , DIIGHIMA , GLI ETRUSKI .
Pochissimi autori si sono ricordati, parlando di storia, del Bertone-Misiano, e va ascritto a merito di quei pochi l'averlo fatto. Certo è che il Bertone, tra i suoi coetanei e nobiluomini del luogo, ebbe un grave torto, quello di aver sostenuto che gli uomini colti di Bova ( e per colti spesso si intese la classe padronale) avevano fatto ritenere alla povera gente di quel paese che l'idioma greco fosse qualcosa di incivile, e di non aver fatto nulla, al contrario, per far comprendere ai propri cittadini che:"il greco parlare era la sola cosa che potesse testimoniare dell'antichità, della civiltà, della nobiltà, della grandezza vetusta di Bova 1". Nel suo libro I popoli preistorici dell'Italia egli cerca di costruire la storia della nostra civiltà primitiva attraverso un difficile lavoro di zetesi etnica. Il libro si apre con una sinopsi dei vari elementi etnici delle immigrazioni più antiche, e chiude con un'appendice su Bova e su Reggio. Nell'accennare poi alla questione che si agita tra i glottologi sull'origine del greco bovese, il Bertone polemizza con Pietro Larizza che aveva ritenuto - da alcuni elementi storici e dalla canzonetta del Turco2 che la parlata greco bovese fosse prettamente reucliniana, in ciò, schierandosi contro l'opinione del Niebhur e del Rohlfs, ed altresì contro l'opinione del Morosi. Egli ricostruisce l'alfabeto arcaico e ne espone i mutamenti morfologici del "digamma". Esaminiamo il passo in cui il nostro autore affronta la questione del primitivo alfabeto:
" Il suono del nostro " v " esisteva sin dai primi tempi nella lingua di questo antichissimo popolo (tribù ariane del Caucaso), e fu anche rappresentato nel primitivo ed imperfetto alfabeto con una lettera che aveva la forma della nostra " V " e che si chiamava digamma. Devo però dire che in origine tutte le lettere di quell'alfabeto erano costruite da piccole linee orizzontali, perpendicolari e verticali variamente disposte e legate, formanti figure diverse, ciascuna delle quali rappresentava un suono fonetico determinato. Erano quindici, e si scrivevano e si leggevano inversamente, cioè da destra a sinistra, come qui. Successivamente, nel secolo XIX a.C. la lettera " V ", che era formata di due gamma contrapposti e che rappresentava quattro suoni fonetici ( v, u, b, f), venne trasformata in " Y ", e sotto questa forma le fu dato il sedicesimo posto e venne usata come " u " e come " j ". (...) Noi Bovesi l'articolazione della Vu l'abbiamo ereditata direttamente dai Vutani venuti dall'Egitto qualche secolo prima che Inaco andasse in Caria. (...) Un altro arcaismo tuttavia esistente nel greco di Bova è l'articolazione palatale del " c ". In questa sua primitiva forma e nel suo vero ed originario suono esso si vede e si ode anche nelle più antiche monete di Reggio, (RECINON) nome di cui darò la vera etimologia. In conclusione, le pronunzie della " v " e del " c " sono due testimonianze irrefutabili dell'antichità del greco bovese, le origini del quale sorpassano di molto in là il classico Magno Greco, che di quello ha turbato la dolcezza e la melodia
3". Nel riferirsi ancora al linguaggio il Bertone evidenzia come negli ultimi tempi ( siamo intorno al 1870) la pronuncia abbia subito delle alterazioni fonetiche, e cita fatti di sua diretta conoscenza, poiche da bambino, dialogava con una donna sessantenne e con un suo prozio che sapevano parlare il solo greco. Non meravigli quest'ultima affermazione perche tanta era la gente che parlava solamente greco in quell'epoca, nonostante la classe padronale di Bova si sforzasse di affermare che questa era una lingua di soli pastori e contadini, in ci intendendo che fosse una lingua da respingere. Di questi casi nel corso degli studi ne abbiamo verificati molti e riportiamo qui ora una sentenza che esiste presso l'Archivio Provinciale di Reggio Calabria in data 1 giugno 1877. In quella sentenza, il Tribunale di quella citta, aveva annullato un atto di vendita e una donazione fatta da un certo Giuseppe Nucera nei confronti di Saverio Nucera. La causa intentata da Lorenzo, Antonino ed Elisabetta Nucera (probabilmente altri coeredi) dimostro la non validita degli atti perche Giuseppe Nucera " di origine greca, non sapeva parlare l'italiano e in tali atti non si era fatto uso d'interprete4 ". Ma torniamo al Bertone ed alla pronuncia delle parole da lui citate e ricordate: " Prendo ad esempio le parole "zzomi " (pane) e " zzixro " (freddo ,aggettivo): quella donna diceva e molti altri vecchi dicevano " psomi ", da ywmoev (boccone) e " psixcro " da yucroev; la voce " zzilo " (legno), era " csilo "; "smingo" (mescolo) era " simmingo "; " matthenno " (imparo) era "manthenno". Essa non diceva " trua ", ma " truga " in senso di " filo " - voce che, come assicura il Rohlfs, esiste ancora oggi nel dialetto greco del Ponto (...)5. Nella pronuncia del Nucera, nato e vissuto in Amendolea, vi erano le metatesi di " ps " e " cs " (spomi, scilo) ecc.. Quanto alla pronuncia, bastera citare le voci " rema " (lido), " cefali " (testa), " ghenia " (generazione), " xiumera " (capra giovane), " Xioni " (neve), " maxeri " (coltello), " canunai "(guarda), " xeretai " (saluta), per convincersi che essa non sia prettamente reucliniana. Ma nel greco di Bova esistono anche le forme " strata " (via) e " vastisi " (battesimo), prettamente sanscrite 6". Dalla lettura del testo ne viene fuori un'indagine diversa o diversamente interpretata, anche se gli argomenti, in realta, lasciano spazio ad altri approfondimenti; un'indagine che non gratta soltanto le "spiagge", cioe' i luoghi di insediamento piu recenti, che non si ferma all'effetto Rohlfs, ma che scava, storicamente, piu in profondita per evitare di occultare cio che offre il nostro territorio in materia di arcaicita. Particolare rilevanza assume la ricostruzione che egli da dell'origine di Bova e del significato che in lui assumono alcuni toponomi della zona. Qui egli rivela tesi abbastanza interessanti ed originali ed ha il fascino dell'attualita soprattutto laddove il discorso si restringe ai toponomi che modificano - e non di poco - le ipotesi sulle origini della nostra popolazione. Crimi (lamdicizzato presso i locali in Climi), Deri, Limacaria, Delia, Scendermeno, Agrilleghi, sono tutte contrade ad est di capo San Giovanni D'Avalos (l'antico capo Criseo) che assumono in Bertone significato diverso da quello che comunemente si suole dare a questi toponomi, e che non riesce a spiegare bene nemmeno il Rohlfs e di cui qualcuno non e neppure riportato nei vari testi. Certo sarebbe vana fatica affannarsi in congetture etimologiche, ma una cosa appare evidente: in questi luoghi insistono una serie di toponomi che assumono diversa connotazione rispetto al resto della toponomastica bovese7. Quali le spiegazioni storiche di questi fatti? " Senza dubbio queste - afferma il Bertone -: a) Lo stemma di Bova rappresenta il dio Vuto, l'Ercole, il Crimi dell'antico Egitto nella sua forma di bue (periodo teriomorfico), portante seduta sul dorso la "generazione umana", rappresentata dalla figura muliebre col bambino, ed abbassato sulle ginocchia "in posa di farla scendere". Questa fine allegoria simboleggia il concetto che i primi abitatori della terra bovese furono Egiziani adoratori di Vuto (Vutani, come tuttore noi bovesi - loro discendenti - siamo grecamente chiamati), venuti nel tempo in cui l'Egitto teneva in culto la detta divinita... ; b) Il loro sbarco si effettuo nel punto che conserva tuttavia il nome di Crimi, lasciatogli dall'Ercole egizio. Le origini egizie di Bova sono anche testimoniate dal cognome Binch, passato in soprannome ad alcuni discendenti della linea femminile, uno dei quali è riportato in uno stato nominativo per l'organizzazione della Guardia civica, del 25 febbraio 1808, a firme del Colonnello Plutino e del Generale Cavaignac, e sono pure testimoniate da un busto di marmo d'Africa trovato a Panaghia, e al quale si diede - da chi doveva sapere qualcosa - il nome di Bink. Questo marmo è in casa della famiglia Dieni, che lo possiede da più di un secolo. Ho detto pure, a pag.27, che con i popoli della seconda immigrazione vennero anche tribù assire di Reseniti e di Halati. Ebbene dei Reseniti si ha il ricordo nel cognome " Resenita " (alterato in Rosenita, Rosaniti) portato dalla famiglia che diede i natali a S. Leo, protettore della città. Degli Alati esistono i discendenti a Bova Marina, in Reggio e specialmente a Catanzaro Scalo, ivi trasferitesi dal Comune di Bova poco più di mezzo secolo fa.I fenici Agri lasciarono il ricordo nel nome della contrada "Agrilleghi" (alterato dalla tradizione in Agrillei), che vuol dire "luogo di radunata degli Agri"...(..) Un armeno lasciò legato questo suo nome al luogo in cui costruì la sua capanna, e che tuttora è chiamato "Scendermeno". Come ben si vede , trattasi di una larga sinonimia concentrata in un piccolissimo territorio, qual'è Bova Marina, ed essa, più che ragione positiva, è testimonianza storica!
8. Fin qui il Bertone, né sappiamo da dove egli tragga queste sue convinzioni, e se esse siano il frutto dei suoi studi o di personali convincimenti. Un fatto è certo, esse andrebbero esaminate e sviluppate meglio, anche alla luce di alcuni recenti ritrovamenti nella zona di cui trattasi e di alcuni lavori di Gaetano Boca9 che ritiene come l'effetto Rohlfs vada riportato nella giusta misura perché non riflette tutto il nostro passato storico. Anzi, sovrapponendosi come un "intonaco" sulla nostra storia, finisce per occultare ciò che offre il nostro territorio in materia di antichità.
MONOGRAFIA DI STUDI GRECANICI. CONCLUSIONI.
Alla luce delle notizie oggi in nostro possesso, molte affermazioni del Bertone consentono una rassegna convincente, per nulla estranea ai fatti storici. Egli infatti, contrariamente alla tesi del Catanea, aveva ritenuto a giusta ragione, che la città di Bova non si chiamasse indifferentemente "Bova" o "Bona", ma che la seconda forma fosse un'imperfezione grafica dell'amanuense, come si legge in atto pubblico rilasciato il 10 agosto del 1709 dal notaio G.A.Orlando del luogo, in cui è scritto che il documento era stato redatto in " Cinitate Bona ", e dove la " v " assume la forma di una " n" . Naturalmente se questo particolare poteva essere possibile per la parola " Bova ", non lo era certamente per l'espressione "Civitate" perchè sarebbe stato illogico ed artificioso. Sono tutte affermazioni, queste del Bertone, sulle quali poco si è indagato, avendo fatto testo storicamente fino ad oggi il manoscritto dell'Anonimo Bovese del medioevo, ripreso poi dall’ altro autore Anonimo, dall'Autelitano, dal Natoli e dal Catanea, e che continua ad emergere in immagini storpiate e deformanti della realtà storica. Uno studio approfondito in tal senso getterebbe insomma luce sui tanti punti oscuri della nostra origine, senza sospirose fantasie, ma con esiti e contenuti apprezzabili e maggiormente realistici. Nel 1930 pubblicò una monografia sugli studi antologici e letterari grecanici che sarebbe utile ritrovare ed esaminare. Purtroppo molte sue opere risultano introvabili e il Bertone trova posto, di necessità, nella nostra letteratura soltanto come storico. Al Rohlfs comunicò tantissime notizie sulla lingua grecanica e non appena il celebre studioso veniva a trovarlo nella sua casa di Bova o di Bova Marina - in segno di affettuosa amicizia e simpatia - il Bertone esclamava : " Irte o Tubinga " ( è arrivato il Tubinga), alludendo a Tubingen, luogo di provenienza del Rohlfs. Nei suoi scritti egli ha sempre rivelato la serietà delle indagini, narrando i fatti così come si svolsero, nella lenta e fredda successione temporale e così come gli stesso premetteva ai suoi lavori.
BIBLIOGRAFIA
I popoli preistorici dell'Italia, Tip. Foti, Bova M. 1992, ristampa anastatica con premessa di Filippo Violi; Diighima, ivi; Gli Etruski, Scuola tip. salesiana, Catania, 1929; Monografia di antologia e letteratura greca, 1930, manoscritto
LA CRITICA
F. Violi, Per un ipotesi su Scillaca, maggio 1991, conferenza all'UTE-TL-B di Bova M.; F. Violi, presentazione del vol. I Popoli Preistorici, 16.11.1992, Reggio Cal., sala del Consiglio Provinciale; Sebastiano Stranges, presentazione del volume citato a Reggio Calabria; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, Bova, C.S.E., 1992; F. Violi, Storia e Letteratura Greca di Calabria, Rexodes-Magna Grecia, Reggio Calabria, 2000
 
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1 D. Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit. pag. 6
2 “ I Romeòpulla “
3 D.Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit.p.65-70
4 D.Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit., p.62
5 D.Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit., p.63
6 D.Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit., p.64
7 Vedi F.Violi, Le radici della nostra cultura (toponomastica jalòta), C.S.E. di Bova Marina, Reggio Calabria, 1991
8 Bertone Mesiano, I popoli preistorici, cit.,pp.74-76
9 Boca Gaetano, Osservazioni sulla Calabria vista da G.Rohlfs, manoscritto, 1984.
 
 

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