DALLA MAGNA GRECIA AD OLIMPIA

13.08.2016 08:55

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - 

 
Non era facile in quell’epoca raggiungere Olimpia dai paesi della Magna Grecia. Da Reggio, Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Thurii partivano delegazioni di atleti che, dopo aver costeggiato la Calabria, risalivano lo Jonio fino a Santa Maria di Leuca, attraversavano il canale di Otranto e, infine, arrivati in Peloponneso, risalivano dalla foce il fiume Alfeo per arrivare fino ad Olimpia. I disagi erano tanti, sia prima che durante le gare. A queste assistevano decine di migliaia di spettatori che si accampavano come meglio potevano in ogni luogo della città sacra. I giochi, come abbiamo già detto, furono poi soppressi nel 393 d.C. dall’imperatore Teodosio.
LE SCUOLE GINNICHE DELLA MAGNA GRECIA
La presenza di tanti campioni olimpici nella Magna Grecia, soprattutto a Crotone e Locri, farebbe subito pensare anche all’esistenza di scuole ginniche deputate allo scopo e frequentate da atleti validissimi e da altrettanto ottimi istruttori. Tutto questo non poteva essere certamente un caso e, considerata l’alta fama di cui godevano le olimpiadi, viene spontaneo pensare che le città magnogreche facessero di tutto per preparare bene i loro atleti. Intanto è certo che a Crotone doveva esserci una scuola famosa. Gli atleti Crotoniati infatti erano stati lungamente trionfatori ad Olimpia. Dei Crotoniati vanno ricordati Diappo, indomito lottatore, vincitore nel pugilato; Diogneto, Timasiteo, Filippo da Buciatide che Erodoto definì “il più bell’uomo che allora avesse la Grecia”, e naturalmente Milone, vittorioso sei volte nei giochi Olimpici, sei in quelli Pitici1, dieci nei giochi Istmici2, e nove volte nei giochi Nemei3.
 
Strabone narra che in una stessa olimpiade ben sette vincitori furono tutti di Crotone. Da qui venne fuori il detto che l’ultimo dei Crotoniati era il primo di tutti i Greci. Alla repubblica di Crotone appartenevano pure Isomaco, Tisicrate, Astilo e Faillo. Quest’ultimo, pur non avendo mai vinto ad Olimpia, vinse però tre volte nei giochi Pitici (due nel pentatlon ed una nello stadio). Di tutti costoro hanno scritto Plinio, Diodoro Siculo, Strabone, Erodoto, Pausania, Aristofane, Dionigi di Alicarnasso e lo stesso Platone.
Fuori da una scuola vera e propria sembrerebbe essere Reggio di cui non si ricordano atleti di rilievo, anche se è attestata da molte iscrizioni la presenza dei ginnasiarchi in quella città. Unico fatto rimasto nella storia è la vittoria di Anassila, tiranno di Messina e Reggio, che vinse nella corsa con le mule.
 
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1 I giochi Pitici si celebravano nel terzo anno di ogni Olimpiade, in agosto-settembre. Erano aperte da gare musicali e, dopo le consuete prove ginniche, si chiudevano con la corsa delle quadrighe. C'era la solita procedura: l'annuncio, la tregua, i riti e il premio di una corona di alloro, la pianta apollinea, appositamente colta nella valle di Tempe. Delfi, il più antico e misterioso dei luoghi sacri della Grecia, era chiuso in un paesaggio di montagne profonde, sacre a divinità profetiche: il Parnasso e l'Elicona. Qui c’era la Pizia, la profetessa investita dal Dio Apollo, che, sospesa tra vapori ed esalazioni inebrianti che uscivano da una fenditura, dava i responsi che i sacerdoti raccoglievano e interpretavano.
2 Le gare Istmiche erano connesse intimamente col mare: sacre a Poseidone. Erano le uniche gare, tra le panelleniche, non celebrate nel retroterra. L'«era istmica» si faceva cominciare dal 562-1. Il prestigio era notevole e la durata si prolungò almeno fino al tempo dell'imperatore Giuliano. I giochi si celebravano ogni due anni, secondo e quarto di ogni olimpiade, in primavera al tempo di Pindaro; si aprivano con un sacrificio a Poseidone nel suo antico tempio, ligneo e policromo, e duravano più giorni. Comprendevano il pentatlo, il pancrazio, il dolico, le corse dei cavalli e dei carri. Una peculiarità erano le prove per gli «imberbi», intermedi tra i «ragazzi» e gli adulti.
L'antica corona di pino, sostituita già al tempo di Pindaro con l'apio «dorico», fu poi ripristinata in età imperiale.
3 I giochi Nemei nacquero a Nemea, città del Peloponneso e furono istituiti, secondo quanto racconta il poeta Bacchilide, in ricordo della vittoria di Ercole contro il leone che abitava la foresta nemea. I giochi storicamente ebbero inizio nel 573 a.C. e si svolgevano a scadenza biennale tra giugno e luglio in onore di Zeus Nemeo. Essi consistevano in gare ginniche, atletiche, equestri, musicali e poetiche. Le gare musicali furono aggiunte in epoca Ellenistica. La più importante testimonianza relativa a questi agoni è stata lasciata dal poeta Pindaro che, nella X Nemea ha celebrato il pianto e la preghiera di Polluce sul corpo del fratello Castore. Per queste celebrazioni sportive la mitografia propone due possibili illustri fondatori: Adrasto di Argo, ai tempi della spedizione dei sette a Tebe; oppure Eracle, dopo l’uccisione del leone nemeo. Tale manifestazione divenne festa panellenica dal 573 a.C.
DALLA MAGNA GRECIA AD OLIMPIA
Non era facile in quell’epoca raggiungere Olimpia dai paesi della Magna Grecia. Da Reggio, Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Thurii partivano delegazioni di atleti che, dopo aver costeggiato la Calabria, risalivano lo Jonio fino a Santa Maria di Leuca, attraversavano il canale di Otranto e, infine, arrivati in Peloponneso, risalivano dalla foce il fiume Alfeo per arrivare fino ad Olimpia. I disagi erano tanti, sia prima che durante le gare. A queste assistevano decine di migliaia di spettatori che si accampavano come meglio potevano in ogni luogo della città sacra. I giochi, come abbiamo già detto, furono poi soppressi nel 393 d.C. dall’imperatore Teodosio.
LE SCUOLE GINNICHE DELLA MAGNA GRECIA
La presenza di tanti campioni olimpici nella Magna Grecia, soprattutto a Crotone e Locri, farebbe subito pensare anche all’esistenza di scuole ginniche deputate allo scopo e frequentate da atleti validissimi e da altrettanto ottimi istruttori. Tutto questo non poteva essere certamente un caso e, considerata l’alta fama di cui godevano le olimpiadi, viene spontaneo pensare che le città magnogreche facessero di tutto per preparare bene i loro atleti. Intanto è certo che a Crotone doveva esserci una scuola famosa. Gli atleti Crotoniati infatti erano stati lungamente trionfatori ad Olimpia. Dei Crotoniati vanno ricordati Diappo, indomito lottatore, vincitore nel pugilato; Diogneto, Timasiteo, Filippo da Buciatide che Erodoto definì “il più bell’uomo che allora avesse la Grecia”, e naturalmente Milone, vittorioso sei volte nei giochi Olimpici, sei in quelli Pitici1, dieci nei giochi Istmici2, e nove volte nei giochi Nemei3.
1 I giochi Pitici si celebravano nel terzo anno di ogni Olimpiade, in agosto-settembre. Erano aperte da gare musicali e, dopo le consuete prove ginniche, si chiudevano con la corsa delle quadrighe. C'era la solita procedura: l'annuncio, la tregua, i riti e il premio di una corona di alloro, la pianta apollinea, appositamente colta nella valle di Tempe. Delfi, il più antico e misterioso dei luoghi sacri della Grecia, era chiuso in un paesaggio di montagne profonde, sacre a divinità profetiche: il Parnasso e l'Elicona. Qui c’era la Pizia, la profetessa investita dal Dio Apollo, che, sospesa tra vapori ed esalazioni inebrianti che uscivano da una fenditura, dava i responsi che i sacerdoti raccoglievano e interpretavano.
2 Le gare Istmiche erano connesse intimamente col mare: sacre a Poseidone. Erano le uniche gare, tra le panelleniche, non celebrate nel retroterra. L'«era istmica» si faceva cominciare dal 562-1. Il prestigio era notevole e la durata si prolungò almeno fino al tempo dell'imperatore Giuliano. I giochi si celebravano ogni due anni, secondo e quarto di ogni olimpiade, in primavera al tempo di Pindaro; si aprivano con un sacrificio a Poseidone nel suo antico tempio, ligneo e policromo, e duravano più giorni. Comprendevano il pentatlo, il pancrazio, il dolico, le corse dei cavalli e dei carri. Una peculiarità erano le prove per gli «imberbi», intermedi tra i «ragazzi» e gli adulti.
L'antica corona di pino, sostituita già al tempo di Pindaro con l'apio «dorico», fu poi ripristinata in età imperiale.
3 I giochi Nemei nacquero a Nemea, città del Peloponneso e furono istituiti, secondo quanto racconta il poeta Bacchilide, in ricordo della vittoria di Ercole contro il leone che abitava la foresta nemea. I giochi storicamente ebbero inizio nel 573 a.C. e si svolgevano a scadenza biennale tra giugno e luglio in onore di Zeus Nemeo. Essi consistevano in gare ginniche, atletiche, equestri, musicali e poetiche. Le gare musicali furono aggiunte in epoca Ellenistica. La più importante testimonianza relativa a questi agoni è stata lasciata dal poeta Pindaro che, nella X Nemea ha celebrato il pianto e la preghiera di Polluce sul corpo del fratello Castore. Per queste celebrazioni sportive la mitografia propone due possibili illustri fondatori: Adrasto di Argo, ai tempi della spedizione dei sette a Tebe; oppure Eracle, dopo l’uccisione del leone nemeo. Tale manifestazione divenne festa panellenica dal 573 a.C.
Strabone narra che in una stessa olimpiade ben sette vincitori furono tutti di Crotone. Da qui venne fuori il detto che l’ultimo dei Crotoniati era il primo di tutti i Greci. Alla repubblica di Crotone appartenevano pure Isomaco, Tisicrate, Astilo e Faillo. Quest’ultimo, pur non avendo mai vinto ad Olimpia, vinse però tre volte nei giochi Pitici (due nel pentatlon ed una nello stadio). Di tutti costoro hanno scritto Plinio, Diodoro Siculo, Strabone, Erodoto, Pausania, Aristofane, Dionigi di Alicarnasso e lo stesso Platone.
Fuori da una scuola vera e propria sembrerebbe essere Reggio di cui non si ricordano atleti di rilievo, anche se è attestata da molte iscrizioni la presenza dei ginnasiarchi in quella città. Unico fatto rimasto nella storia è la vittoria di Anassila, tiranno di Messina e Reggio, che vinse nella corsa con le mule.

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