CULTO DELLE ANIME DEL PURGATORIO

09.07.2016 18:22

Rubrica Europa EllenofonIL 

I riferimenti alle anime “ dimenticate” del Purgatorio, destinate a soffrire per un tempo indeterminato le pene di quel regno, è una credenza comune che, nelle nostre zone, va al di là delle preghiere delle anime pietose che si rivolgono a Dio per abbreviarle con preghiere e messe. E sono maggiormente queste preghiere che giungono più efficacemente in cielo.
Perciò, nella zona della Amendolea, veniva anticamente recitata una preghiera detta “litì” (lamento) in grecanico, attribuita a queste anime sofferenti.
Questa orazione dei morti che il Nucera1 riporta nel suo volume, è conosciuta col nome “Litì” (letè) che in greco significa lamento o preghiera. Ciò ci fa comprendere che anticamente era recitata in greco e faceva parte del ricco patrimonio tradizionale dei Greci di Calabria.
Del testo greco se ne è persa la memoria e la traduzione romanza denuncia l'approssimazione in rima che ne è stata tentata. L'orazione veniva cantata dai morti a mezzanotte, quando, uscendo dalla chiesa di San Sebastiano in Amendolea (Condofuri), scendevano verso “Catupòrti” (porta di sotto).
I morti apparivano integri nella parte anteriore, ma la parte posteriore evidenziava la putrefazione della carne. Camminavano lentamente, in un mesto lamento per la mancanza di preghiere e di ricordi da parte dei vivi, che pure avevano goduto dei loro beni lasciati in eredità. Le parole dei dolenti grondavano disperazione ed essi riuscivano a commuovere più della stessa commozione. E' veramente amaro il dover costatare che questa lunga teoria di morti, tempestata dal fuoco del Purgatorio, dopo l'inferno della sofferenza terrena, continuava a "vivere" dimenticata anche da chi avrebbe avuto l'obbligo di ricordarla almeno nelle proprie preghiere:
-O vui tutti, chi campàti,
cusì prosperi e cuntenti,
comu vui non cuntemplàti
chisti nostri aspri tormenti?
- Sapirìssavu chi sia
Purgatorio di Maria!
Quantu a nùddhu saperìa
quantu è un'ùmbra di difettu:
chistu focu è focu tali
ch'un pensèru dura eternu;
chistu focu esti l'uguàli
paru a chiddhu di lu 'nfèrnu.
Tantu chiùsi non starìmu
penjiàndu tutti l'ùri,
verrà jornu ch'averìmu
soddisfatti i nostri errùri. 
O voi tutti, che vivete/ così felici e contenti,/
O parenti, o cari amici,
amurùsi e cari amanti,
boni amici e cittadini,
lu maritu è amatu tantu,
la mugghièri è tuttu affettu,
undi jìu lu nòsciu chjàntu,
o gran pena di stù pettu?
O vui crudi chi non pensàti
di li beni ca vui gudìti,
ca di nui fùru acquistati,
cu travàgghj, spisi e liti.
Trapassàndu di stà vita
li dassàmmu tutti a vui;
ma vui pocu ndarriverìti,
vi scordàstivu di nui.
Una missa e 'na curùna
ogni poveru la dùna;
ndi dassàti penijàri
nta sti fiàmmi ardenti e forti,
verrà jornu chi simu anìti,
comu a nui la vostra sorti.
O parenti, o cari amici,/amorosi, cari amanti,/
buoni amici e cittadini:/pur essendo il marito amato tanto/
e la moglie tutto affetto,/ dov'è finito il nostro pianto,/
o gran pena che c'è in noi?/
O gente crudele che non pensate/ ai beni che godete,/
poichè da voi furono acquisiti,/ con fatiche,costi e liti./
Lasciando questa vita/ li abbiamo donati tutti a voi;/
ma voi ci riverite così poco,/ al punto di esservi dimenticati di noi./
Una messa e un fiore/ anche il più povero la dà;/
ci lasciate penare/ tra queste fiamme ardenti e crudeli,/

verrà il giorno in cui saremo insieme,/ ed anche la vostra sorte sarà simile alla nostra.

 

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1 F. Nucera, Rovine di Calabra, Casa del libro, Reggio Calabria, 1974
2 Qui ne tentiamo una versione italianizzata per maggiore comprensione:
O voi tutti, che vivete/ così felici e contenti,/
come mai non avete pietà/ di questi nostri aspri tormenti?
Se voi sapeste cosa sia/ il Purgatorio di Maria/
come nessun altro potreste comprendere/ quanto pesa il tormento del peccato:
/ questo è un fuoco tale/ il cui pensiero dura in eterno;
/ questo è un fuoco che ha l'uguale/ soltanto a quello dell'inferno/.
Ma non staremo rinchiusi/ penando ogni istante,/
verrà il giorno in cui/ avremo pagato i nostri peccati/.
IL CULTO DELLE ANIME DEL PURGATORIO
I riferimenti alle anime “ dimenticate” del Purgatorio, destinate a soffrire per un tempo indeterminato le pene di quel regno, è una credenza comune che, nelle nostre zone, va al di là delle preghiere delle anime pietose che si rivolgono a Dio per abbreviarle con preghiere e messe. E sono maggiormente queste preghiere che giungono più efficacemente in cielo.
Perciò, nella zona della Amendolea, veniva anticamente recitata una preghiera detta “litì” (lamento) in grecanico, attribuita a queste anime sofferenti.
Questa orazione dei morti che il Nucera1 riporta nel suo volume, è conosciuta col nome “Litì” (letè) che in greco significa lamento o preghiera. Ciò ci fa comprendere che anticamente era recitata in greco e faceva parte del ricco patrimonio tradizionale dei Greci di Calabria.
Del testo greco se ne è persa la memoria e la traduzione romanza denuncia l'approssimazione in rima che ne è stata tentata. L'orazione veniva cantata dai morti a mezzanotte, quando, uscendo dalla chiesa di San Sebastiano in Amendolea (Condofuri), scendevano verso “Catupòrti” (porta di sotto).
I morti apparivano integri nella parte anteriore, ma la parte posteriore evidenziava la putrefazione della carne. Camminavano lentamente, in un mesto lamento per la mancanza di preghiere e di ricordi da parte dei vivi, che pure avevano goduto dei loro beni lasciati in eredità. Le parole dei dolenti grondavano disperazione ed essi riuscivano a commuovere più della stessa commozione. E' veramente amaro il dover costatare che questa lunga teoria di morti, tempestata dal fuoco del Purgatorio, dopo l'inferno della sofferenza terrena, continuava a "vivere" dimenticata anche da chi avrebbe avuto l'obbligo di ricordarla almeno nelle proprie preghiere:
-O vui tutti, chi campàti,
cusì prosperi e cuntenti,
comu vui non cuntemplàti
chisti nostri aspri tormenti?
- Sapirìssavu chi sia
Purgatorio di Maria!
Quantu a nùddhu saperìa
quantu è un'ùmbra di difettu:
chistu focu è focu tali
ch'un pensèru dura eternu;
chistu focu esti l'uguàli
paru a chiddhu di lu 'nfèrnu.
Tantu chiùsi non starìmu
penjiàndu tutti l'ùri,
verrà jornu ch'averìmu
soddisfatti i nostri errùri. 2
1 F. Nucera, Rovine di Calabra, Casa del libro, Reggio Calabria, 1974
2 Qui ne tentiamo una versione italianizzata per maggiore comprensione:
O voi tutti, che vivete/ così felici e contenti,/
come mai non avete pietà/ di questi nostri aspri tormenti?
Se voi sapeste cosa sia/ il Purgatorio di Maria/
come nessun altro potreste comprendere/ quanto pesa il tormento del peccato:
/ questo è un fuoco tale/ il cui pensiero dura in eterno;
/ questo è un fuoco che ha l'uguale/ soltanto a quello dell'inferno/.
Ma non staremo rinchiusi/ penando ogni istante,/
verrà il giorno in cui/ avremo pagato i nostri peccati/.
O parenti, o cari amici,
amurùsi e cari amanti,
boni amici e cittadini,
lu maritu è amatu tantu,
la mugghièri è tuttu affettu,
undi jìu lu nòsciu chjàntu,
o gran pena di stù pettu?
O vui crudi chi non pensàti
di li beni ca vui gudìti,
ca di nui fùru acquistati,
cu travàgghj, spisi e liti.
Trapassàndu di stà vita
li dassàmmu tutti a vui;
ma vui pocu ndarriverìti,
vi scordàstivu di nui.
Una missa e 'na curùna
ogni poveru la dùna;
ndi dassàti penijàri
nta sti fiàmmi ardenti e forti,
verrà jornu chi simu anìti,
comu a nui la vostra sorti.
O parenti, o cari amici,/amorosi, cari amanti,/
buoni amici e cittadini:/pur essendo il marito amato tanto/
e la moglie tutto affetto,/ dov'è finito il nostro pianto,/
o gran pena che c'è in noi?/
O gente crudele che non pensate/ ai beni che godete,/
poichè da voi furono acquisiti,/ con fatiche,costi e liti./
Lasciando questa vita/ li abbiamo donati tutti a voi;/
ma voi ci riverite così poco,/ al punto di esservi dimenticati di noi./
Una messa e un fiore/ anche il più povero la dà;/
ci lasciate penare/ tra queste fiamme ardenti e crudeli,/
verrà il giorno in cui saremo insieme,/ ed anche la vostra sorte sarà simile alla nostra.

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