BRUNO CASILE: IL REALISMO CONTADINO

05.05.2016 19:42
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
                   Mi ha sempre sfiorato il dubbio che egli avesse come una missione da compiere, una missione molto importante dal momento che raramente l'ho visto sorridere. In contrada Cavalli, a Bova, dove era nato il 6 dicembre del 1923, Bruno ha incominciato a respirare le prime arie greche in famiglia.
Da lì, con l'unico mezzo di comunicazione di cui egli si sia mai servito, i piedi, iniziò a girare per il mondo (frequenti i suoi viaggi solitari in Grecia) come un predicatore nell'atto di portare in giro la “sua parola” in lingua greca; quella lingua cui egli ha dedicato molte poesie sparse, ed altre pubblicate nel volume di liriche Strafonghìa sto scotìdi1.
La madre e il padre sono stati i suoi primi libri ed è stato con loro che egli ha approfondito lentamente e concretizzato il suo amore per la lingua e per lo studio.
Qui, a Bova, sotto il sole implacabile che lo schiaccia contro la terra, madida del suo sudore e di quello della sua famiglia, egli sogna terre lontane, diverse, nuove. Sa che andare in giro per il mondo, anche se per guadagnarsi il pane, può essere utile:
UNA VITA PER LA SALVEZZA DELLA LINGUA
Dagli anni sessanta in poi comincia la sua fatica di predicatore e testimone di una lingua che rischia di scomparire. La sua rabbia si fa sempre più profonda nel sapere che tutte le lingue del mondo rimangono debitrici alla lingua greca del loro sapere migliore:
Athropi ti iste zzilà
afudàte etùti glossa,
jatì ode èfere
sta dicàma chorìa
gràmmata ce melètima,
Uomini che state in alto
aiutate questa lingua,
perché portò
nei nostri paesi
scritture e lettere,
I libri che legge, molti, ma, come egli dice, sempre molto pochi, non lo aiutano a comprendere come la gente possa lasciare morire una lingua così musicale e così importante nell'economia della cultura mondiale. Partecipa a molti convegni sulle minoranze linguistiche, portando in giro la parola dei Greci di Calabria, la minoranza linguistica più minacciata in Italia, al punto da spingere Pier Paolo Pasolini a definirlo “poeta contadino” di Bova ed emigrante di una lingua che va scomparendo: “Piccolo, tarchiato, la faccia bruciata dal sole, Bruno Casile, il contadino poeta di Bova, in provincia di Reggio, è tornata alla sua Calabria, sentendosi forse un po’ meno solo. A Trieste, dove si era recato dopo un viaggio di tre giorni, emigrante di una lingua che va scomparendo, ha portato alla Conferenza sulle minoranze nazionali la sua testimonianza, ha fatto sentire la voce della sua lingua
“grikana” le cui origini risalgono alla Magna Grecia e che oggi è parlata da poco più di tremila persone. A Trieste, la testimonianza genuina e appassionata di questo superstite di una minoranza linguistica condannata all'estinzione ha dato così un tocco di immediata concretezza al problema della preservazione e della tutela dei gruppi etnici minacciati”
Sì, una lingua condannata all’estinzione ma in grado di risorgere. E’ questo che Bruno intendeva colpire come obiettivo immediato della sua parola: morte e resurrezione di una lingua. E' questa la spina dorsale che regge l'intero sviluppo della poesia del Casile. All'interno e fuori di questo dualismo si svolgono i motivi che possono essere e sono contingenti: l'amore, gli affetti familiari, il lavoro, i sogni, tutti argomenti e temi delle sue liriche che è come se non gli appartenessero se non si riesce a comprendere che la sua è “ una vita per la poesia e una poesia per la lingua”. I motivi rimarrebbero disancorati dalla realtà se non si comprende tutto questo:
Me tus athròpu stochù
sta vunà esù èmine,
me ta pròvata ce eghe
chedimèni an tus aristù.
Egò s'echo stin cardìa,
egò s'ècho st'ammialò,
catha mera catha nista
panda essèna egò zitò.
Con gli uomini poveri
fra i monti sei rimasta,
con le pecore e le capre
odiata dagli aristocratici3.
Io ti ho nel cuore,
io ti ho nel cervello,
ogni giorno ogni notte
sempre di te chiedo.
Se lo avvicini senti solo il ronzio dei suoi pensieri, ma egli non rivela emozioni. Sembra una maschera micenea. Solo la poesia lo carica di energia vitale. Ed essa non è stata per Bruno un divertimento ma, al contrario, la naturale conclusione dei suoi pensieri, e come tale va giudicata e vista.
Nel Casile il canto è l'unico modo per ricordare, anzi l'unico modo per tenere viva la fiaccola della memoria, sia pure mutila, e per resistere al silenzio ed alla stanchezza. Solo il parlare della sua lingua lo esalta. Egli infatti nei suoi versi evita gli eccessi, non c’è rabbia in Bruno, sembra un guerriero spento, rassegnato.
Ma così non è!
Egli non chiede ai suoi Bronzi di Riace - come aveva fatto Giovanni Andrea Crupi, al quale tra l'altro era molto legato - di montare la guardia a quegli ultimi frammenti di grecità presso i quali erano improvvisamente tornati dopo migliaia di anni di nascondiglio nelle acque del mare. Non chiede lorodi odiare il fato che li ha tenuti nascosti nel mare per tanti secoli, lontani dall'occhio umano, restituendoli poi intatti.
4. Chiede loro di comprendere perché il destino l'ha fatto:
Mi chedìsite
tin mira
ti sas èvale
sto nerò.
den ton ècame
jà àcharo;
ito o càglio
crifanò.
Non odiate
il destino
che vi condannò
a restare sott’acqua.
Non l’ha fatto
per cattiveria;
era il migliore
nascondiglio
“ CON QUESTI FRAMMENTI HO PUNTELLATO LE MIE ROVINE ”
Alla stessa maniera di Thomas Eliot, che concludeva con questi versi una sua opera "La Terra Desolata"6, Bruno puntella dunque la sua lingua, riassorbendo da altre epoche stimoli per un mondo ormai inerte. I termini, a volte metaforizzati o allusi, rimandano ad un progressivo scavo interiore. Egli ha raggiunto il fine coordinatore che si era prefisso: parlare della sua lingua e salvare la sua lingua. La parola ora si fa ricca di echi. La ricerca non si esaurisce nella suggestione del ricercare; dal simbolo indefinito, da quelle epifanie, egli fa emergere gli eventi quotidiani, supera lo scoglio dell'occasione - pur nobile della salvezza della lingua- e il verso, mai inventato per arbitrio, rivela la sua originalità e il suo nuovo e diverso dolore. Alla maniera foscoliana - non meravigli l'accostamento - egli aveva coperto di alti motivi poetici, sentiti, ma occasionali, il vero motivo della sua poesia: l'estremo tentativo di salvare la sua lingua. E quando, all'improvviso, dalla sua voce riemergono i flussi emozionali che avevano accompagnato ed arricchito i rimpianti evocativi della sua "missione", l'oasi della memoria è animata da frammenti di ricordi e la lingua cessa di proporsi come un problema, ma non smette il suo fascino tentatore.
Non che si voglia con tutto questo negare a Bruno le vie della poesia ed affermare la strada delle litanie. Anzi egli riempie il suo zaino di altri contributi poetici.
Il tessuto poetico ora si rinnova nella vita privata, nelle vicende che più dolsero e più sono care al ricordo, come la memoria per la madre lontana dalla quale si è staccato per inseguire mondi diversi,lontani, che egli immagina non stritolati dalla solitudine inumana della fatica agro-pecuaria che lo invece costringe al vagabondaggio dell'ebreo errante.
O il duro ed infruttuoso lavoro nei campi che non aiuta a scacciare neanche la miseria , che segna e distrugge, che rinnova le stimmate del dolore e "costringe" Bruno ad aprirsi alla poesia dai contenuti sociali nel suo discorrere con lo strumento della sua fatica, ormai nemico della sua resurrezione.
Egli è costretto dunque ad allontanarsi dalla sua zappa e dalla sua terra. E' un esilio forzato, dettato dalla disperazione che trova il suo sbocco naturale nell'emigrazione coatta. Ma non rinuncia a proiettare ancora una denuncia sociale - un profondo atto d'accusa che nasconde in brevi righe - contro chi ha voluto che tutto cambiasse affinchè nulla cambiasse. Ma la lunga oppressione si è ormai tramutata in un sentimento d'impotenza e la denuncia porta in sè il solo valore dell'indicazione di un mondo agonico e senza sorriso:
O Chuma dicommu jatì mu estile larga?
Jatì ode se essena den ìsonna zisi?
Esù ti èdike dulìa jà chronu ce chronu
se tosse jenie jatì arte den echi?
O Terra mia, perchè mi hai mandato lontano?
Perchè qui da te non potevo vivere?
Tu che hai dato lavoro per anni e anni
a tante generazioni, perchè ora non ne hai?7
Ed alla poesia della confessione appartengono le tante poesie d'amore che Bruno scrive, probabilmente in età diverse, senza modificare le linee fissate fin dall'inizio. L'ontogenesi è stabile in ogni punto, i punti di ricorrenza sono sempre identici e sempre nuovi. Il linguaggio, che non lascia spazio se non alla corporalità anche dei sentimenti, si diafanizza e non fa scorgere se non i contorni della donna amata. Essa non esiste corporalmente ma, alla maniera del Petrarca, vive insieme al mondo che la circonda e introduce i suoi sentimenti d'amore in altra dimensione. E' una silloge di motivi poetici che sembrerebbero strani in un uomo avanti negli anni ma che non procurano rimpianti o evocazioni, solo momenti consolatori o disperazione.
Ma anche motivi di sdegno per la donna amata riempiono le pagine della poesia di Bruno ed egli avverte tutto il rimpianto per aver rotto gli schemi tradizionali della famiglia con la quale è entrato in lotta per sostenere un amore che, in fine, si rivela fallace:
Pemu jatì m'afìnni etùto vradi
ce azz’emmèna den theli pleo n'azziporèi?
Ti su ecama egò?
ja ssèna èvala tin zoìmmu sto zunàri
nista ce mera polemònda
me tu gonèomu
................
Arte ìipote mu meni.
Catarìzzo tin protinì mera
ti su annòria
Dimmi perchè mi lasci questa sera
e di me non vuoi più saperne?
Cosa ti ho fatto?
Per te ho messo la mia vita nel precipizio
Notte e giorno guerreggiando
con i miei genitori.
...........................
Ora niente mi resta.
Maledico il primo giorno
che ti ho conosciuta
Si ordina così il paesaggio poetico di Bruno che aveva il suo punto focale nell'incanto del proprio passato, in una lingua sempre sull'orlo del precipizio, come la sua vita, che egli protegge come una creatura. Egli nasce artista, e questo per lui non è un dono ma una tremenda malattia; la difesa della sua lingua è malattia; il tormento che egli prova è malattia; l'occasione ideale che lo ispira è malattia. La poesia di Bruno deriva i suoi movimenti da alcune situazioni ben precise che si annullano di fronte all'unico motivo che lo muove, la lingua, ma non rinuncia ad assaporare, nello stesso tempo, mondi e modi diversi.
STILE E LINGUA
Il discorso a questo punto vorrebbe arrivare ad una conclusione, e si potrebbe parlare a lungo di Bruno e della sua opera senza parlare del suo libro, perché la sua poesia era già sparsa per il mondo. Faremmo però torto alla sua fatica se non dicessimo che il testo da lui pubblicato si completa con una serie di pensieri e riflessioni sulla vita che scorre, sulle sue speranze, sui piccoli fatti quotidiani che lo hanno accompagnato, racconti di vita vissuta e fatti antichi, la ricerca delle etimologie nell'onomastica – se pur incompleta - che, tutti insieme, più che rompere l'unità del suo lavoro, la saldano e la completano.
Il suo "mondo" è la sua "lingua", e questo mondo risulta composto, sulla pagina, da una quantità di monadi che si saldano l'un l'altra conservando ciascuna la propria identità.
Il gioco quotidiano degli umori è nei rimandi di una vita non precisabile cronologicamente, drammatica a volte, eppure Bruno è tranquillo in mezzo a tanti che si affannano e che snocciolano la loro piccola storia quotidiana. Dietro alla vibrazione di ogni parola avverti i sentimenti netti, puliti, forse primitivi, che la entusiasmano e la muovono.
L'apparente mancanza di stile e la ripetitività di alcuni temi – a volte ricorrenti in Bruno - sembrano quasi rendere “poveri” i suoi versi nella traduzione in lingua.
Ma così non è!
Non possono tradursi immagini e sentimenti pensati e scritti nella propria lingua. La elementarità sintattica non priva la sua poesia di quei movimenti lirici che senza l'approfondimento dell'astrazione - comunque sempre difficile in una lingua che ha il suo fondamento nella "corporalità"- riesce sempre a delineare immagini che toccano e che producono un singolare effetto musicale. La poesia del Casile è sfrondata, è nuda, come tutta la poesia grecanica del resto. Sembrerebbe nata così, se qualche verso non rivelasse i paramenti smessi dell’antica nobiltà lessicale e qualche foglia lirica caduta col tempo. E' una poesia appartata, fuori dalle mode, dove il poeta è portato a nascondere la parte più gelosa della sua storia d'uomo in una fitta rete di oggetti poetici che, messi insieme come nelle tessere di un mosaico, ne delineano e chiariscono il quadro.
Invano comunque cercheremmo la disperazione nel suo canto o nei suoi racconti. Pur essendo i motivi della maggior parte del suo lavoro facilmente riconducibili ad alcuni topoi essenziali come il dolore 5
per la lingua che si perde, le miserie dell'emigrazione e della terra su cui vive, il tormento della madre lontana, le avversità del destino, egli continua a lottare, si lega alla vita, non avverte la stanchezza dentro l'anima e continua ad amare quelle poche cose avute in eredità, traducendo tutto ciò in quei “memorabili versi conclusivi, alti, umani, fraterni” come ebbe a dire il Piromalli
Atonimèni i zoìmmu,
ma chortàti den ene
An do cosmo ti afìnni.
Stanca la mia vita
ma non sazia
del mondo che lascia9.
CANTI EDITI ED INEDITI
Alcuni anni prima di morire Bruno mi consegnò alcuni canti inediti. Confesso di averne persi alcuni che sto comunque cercando di recuperare, perché sono certamente tra mille carte. Nel primo di questi canti, composto negli ultimi anni della sua vita, si avverte quel sentimento d’amore incompiuto che lo aveva accompagnato in tutta la sua esistenza. E’ questo un tema trattato spesso dal Casile, ed è quasi sempre ricorrente, nella misura del dolore che esso provoca. Il percorso tematico si discosta dai canti precedenti, infatti, questo è uno dei rari canti il cui l’autore non impreca contro la donna che è stata causa delle sue sofferenze. I riferimenti alla morte, identificati nella natura che cambia, non sono però che un altro modo per cantare la propria tristezza e la propria solitudine, la stessa che ritroviamo spesso nei canti d’amore.
Egò den addismonào olo ecìno
ti esù ècame jà mmena;
esù mu afudìe pleo zze 'cìno
ti mu ìsonne.
Den èchome ti na cànnome.
Theli na ipi ti i mìramu
otu ethèlie ce otu camo.
Io non dimenticherò tutto quello
che tu hai fatto per me.
Tu mi hai aiutato più di quello
che potevi.
Non abbiamo che cosa fare.
Vuol dire che il mio destino
così ha voluto e così faccio10.
Si chiude così la vita dell’uomo, con l’ennesima beffa cerchiata dentro un destino inesorabile. Le tappe del cammino in questa vita per conquistare libertà, dignità morale ed un proprio ruolo e dimensione all’interno di una società gravata dal peso della fame e dalle disgrazie familiari, si fanno triste canto in Bruno Casile. Un caleidoscopio di avversità, fuse tutte insieme, caratterizzano lo scorrere dei versi che indagano ora sulla morte prematura di una madre, ora su un patrimonio di idee e di cultura costrette all’abbandono nel momento in cui si lascia la propria terra, e la conseguente omologazione dei valori e dei riferimenti, costringendo l’uomo del Sud a muoversi sulle acque quasi immobili della storia. Ma l’andra grecanico” non si arrende, non vuole essere dimenticato, anche perché egli ha lottato e sofferto tanto al fine di vedere affermati e consolidati tanti ideali e tanti valori, e lasciare così un messaggio vitale per le future generazioni. Non ha un testamento da scrivere in cui siano elencati i poveri beni di una casa, non saprebbe cosa lasciare e a chi lasciarli quei pochi beni materiali, ma un incitamento, scritto a caratteri indelebili, tra le plaghe di una terra che un giorno fu grande e vuole ritornare ad esserlo, eternata da una cultura che tutto il mondo aveva cercato di apprendere: la cultura greca!
E’ qui perciò che la sensibilità di Bruno Casile che, pur senza essere sazio del mondo che lascia, è costretto ad abbandonarlo in un letto d’ospedale il 19.11.1998, si fa canto ed eredità vera:
To prozzìmi emì to èchome
Arte meni assà, pedìa
ti èchete to alèvri
ce larga ene i jerusìa
Il lievito noi lo abbiamo
ora spetta a voi, ragazzi
che avete la farina
e lontana è la vecchiaia
BIBLIOGRAFIA
Il passaggio dal rito greco-ortodosso a quello latino-cattolico nella Bovesìa, in Atti del Convegno “Comunità religiose e minoranze linguistiche oggi in Italia”, a cura di D. Morelli, CONFEMILI, Roma, 1988, pp. 117-121; Strafonghìa sto scotìdi, Qualecultura-Jaca Book, Vibo Valentia, 1991
LA CRITICA
P. P. Pasolini, Bruno Casile, poeta contadino, <>, 1974; F. Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; K. Nikas, Poeti Ellenofoni della Calabria, in <>, Napoli, I.U.O. vol.III, 1992, pp. 255-278; A. Piromalli, La poesia di Bruno Casile, <>, Aprile-Giugno, 1991; F. Mosino, Barlumi di parole greche, <>, a.XXVIII, n.76, Vibo Valentia, 1992; A. Piromalli, Un poeta, Bruno Casile - un critico, G.A.Crupi, in <>, Reggio Calabria, 14.4.1990; Rosa Cardone, Bruno Casile, il poeta-contadino di Bova, in <>, 1981; Paolo Petricig, Così scrive Casile, secondo Pasolini, "contadino poeta", <>, 26.5.1994; A. Catanea, Bruno Casile: "il contadino poeta" della Bovesìa, <>, gennaio-marzo, 1994; F. Violi, La storia e la letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, Bruno Casile, in <>, Napoli, I.U.O., vol.V, 2000, pp.495-505; F. Violi, Kalò viàggio, Bruno!, in <>, 29.11.1998; F. Violi, Bruno Casile, amore e nostalgia nel canto di un poeta contadino, Quaderni di Cultura Grecocalabra, n.10, IRSSEC, Bova Marina, 2004.
 
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1 B. CASILE, Strafonghìa sto scotìdi, Qualecultura-Jaca Book, Vibo Valentia, 1991
2 P.P.PASOLINI, in << Tempo Illustrato>>, 1974
3 odiata dagli aristocratici: le classi più agiate respingevano il linguaggio greco dei contadini e dei pastori bovesi, definendoli paddhèki, zanglèi, tamàrri, tutti termini dispregiativi
4 I Bronzi di Riace, due meravigliose statue oggi esposte presso il Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, erano state riportate su dal mare di Riace, una spiaggia in provincia di Reggio, negli anni ’70 e poi, dopo essere stati restaurati, furono inviati in giro per l’Italia
5 B. Casile, Strafonghìa sto scotìdi, cit. p. 30
6 T. Eliot, The Waste Land (La Terra Desolata), Milano, Rizzoli, 1985. Introduzione, traduzione e note di Alessandro Serpieri.
7 B. Casile, op.cit., p. 44
8 A. PIROMALLI, Poesia delle radici, nota conclusiva in Strafonghìa sto scotìdi, cit., pp. 163-166
9 B. Casile, op.cit., p. 161
10 B. Casile
 

 

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