ANTONIO NUCERA (Jatrudoni): IL SUO MONDO INTERIORE

21.05.2016 19:10

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi

Antonio Nucera è nato a Gallicianò, è medico psichiatra, ed è stato certamente uno dei maggiori sostenitori della lingua e della cultura greca di Calabria. E’ autore di numerose poesie in grecanico, alcune delle quali sono state pubblicate in riviste italiane. E’ stato, unitamente a Filippo Condemi, tra i fondatori del circolo culturale “Zoì ce Glòssa”. Sulla via della diaspora reggina è stato condotto anche dalla necessità di poter continuare gli studi. E su quella via si rese subito conto che la lingua parlata dai suoi avi era apportatrice di una cultura antica ed universale, al punto che egli passò ben presto dalla vergogna di parlare e conoscere quella lingua, all’orgoglio di possederla. I topoi essenziali della poesia di Antonio Nucera non sono sempre direttamente riferibili alla situazione geografica ed economica di Gallicianò, anche se gran parte del suo animo è occupato dai ricordi di quella terra. In lui ritroviamo degli esercizi poetici in cui i ricordi salgono a volte fino ai Campi di Scafi, che sovrastano il paese di Gallicianò, ma poi si legano al tema eterno dell’amore. Come ogni poeta che, avendo una storia da raccontare, riferita magari alla propria avventura umana, raccoglie in un unico corpo le voci del suo canto, così anche Antonio Nucera con la sua raccolta, che racconta il suo essere al mondo, uomo in mezzo agli uomini, ci offre l’immagine di un complesso organismo, compatto e coerentemente legato nelle idee e nei sentimenti. Il suo è un canzoniere in continua crescita, dagli anni settanta ai giorni nostri, realizzato con l’accorta modulazione del narratore che regola la perfetta corrispondenza tra le parti, che riprende temi-chiave, di motivi appena svolti o lasciati cadere, intensi rapporti umani nella ricerca affannosa di comunicare con gli altri, e di trovare al tempo stesso un valore essenziale, autentico, capace di stabilire un legame vitale con la realtà. E’ un racconto lungo, denso di riflessioni via via, con gli anni, sempre più mature, che narra l’ansiosa ricerca delle ragioni ultime dell’esistenza, nonché l’approdo a certezze intimamente rassicuranti, nella quale confluiscono, come stelle che brillano nel cielo di una notte di estate, i poli tematici che più hanno attratto il poeta: il paese dell’anima, il nido familiare, la natura che incanta, la conquista dell’approdo a lungo cercato con l’ansia del naufrago, l’amore. La risentita carica polemica che negli anni giovanili si esprimeva con improvvisi scatti di indignazione, ora lascia appena traccia di sé in quegli scatti, anch’essi improvvisi, ma di tenera dolcezza e di assoluto abbandono a Dio: la pienezza del cuore rivolge, qui, i suoi slanci verso orizzonti più vasti che parlano di eterno e di infinito. All’inquieto e corrosivo interrogarsi degli anni giovanili è subentrata, con l’inevitabile consumarsi della vita, la saggezza serena dell’età che avanza, con un appagamento dell’anima, che si riflette persino nelle più attente scelte lessicali, con una evidente predilezione per le parole musicali; collocate spesso in chiusura dei versi non sempre brevi, cielo e stelle, mare e terra e monti, venti e nuvole, albe e tramonti, sere e notti profonde, e poggi di frumento e rossore di pampini, prati fioriti e fantasmi di alberi creati dalla luna; una natura varia e mutevole, che sfugge ad ogni riferimento geografico, ma si carica di valori allusivi e simbolici, insomma una natura più metafisica che fisica, che offre al poeta occasioni per meditare e riflettere. Eugenio Montale ha scritto che “l’uomo di oggi guarda ma non contempla, vede ma non pensa”1. A noi non sembra così in Antonio Nucera, o forse egli è uomo di ieri!
FOTINY: LA MUSA APPORTATRICE DI LUCE
Nel 2006 il Nucera raccoglie la sua produzione poetica in un testo dal titolo I Vasìa tis Amiddalìa (La Valle dell’Amendolea)2. Nell’opera il paesaggio che fa da sfondo alla sua produzione letteraria non è solo Gallicianò, ma si allarga a tutti i paesi dell’area: Gallicianò dove è nato, Reggio dove vive, la marina di Bova dove nascono i primi tentativi di creare un movimento unificante per tutti i Greci della provincia reggina, ecc. Il Nucera mantiene infatti con l’ambiente che lo circonda indipendenza e capacità polemica, che a volte si esprimono attraverso l’ironia, a volte con qualche forzatura polemica, lasciandosi trasportare dalla passione politica. A differenza di altri autori egli guarda più al presente o ad un passato più vicino, anche se il suo cuore è rimasto su quei mont
Un canto in particolare affronta tematiche nuove, se non pur completamente nuove, nei grecanici. Ed è quando l’autore parla dei nuovi raggruppamenti politici: l’Ulivo e il Polo3. Una sottile ironia attraversa il componimento, ma, allo stesso tempo, esso è pervaso di tristezza, ed egli evidenzia i problemi determinati dalle lotte politiche e dalla incapacità cronica a fare qualcosa di buono per il paese.
An ène alìthia ti o forèa
èrkete prìta ca to nnerò
ene ò, fisài, ce sìnni te stànke tis alèa,
sicònni i camulìa ce skiarèghi to kerò.
Stin poli tin dikìmma
sonn’èste àddho, pedìama:
catevènni i camulìa
ce o cosmo mavrèni,
otu na mi piài pòdi i arghìa
jatì o ammialò den sìnnete ce meni4.
…………..
Se è vero che il vento
precede la pioggia
eccolo, soffia, e sbatte i rami dell’ulivo,
s’alza la nube e schiarisce il tempo.
Nella nostra città
può essere l’opposto, figli miei:
scende la nebbia
e si oscura il mondo,
così che non prenda piede la festa,
dato che il cervello fermo resta.
………………
Ritornano però subito i topoi più sentiti nei Greci di Calabria: i luoghi della memoria, avvertiti come luogo dell’anima. Fa da sfondo Scafi, il monte che sovrasta Gallicianò, luogo d’incontro, idealizzato e trasfigurato in un’atmosfera che sottolinea uno stato di malinconia e di nostalgia del vissuto, di malessere, suscitando interrogativi senza risposte.
Ècame oscìa5 o ìglio
ce i spèratu, me tin putìri plen apìssu,
ti den cei plè, mas cheretài:
pài na ddòi lustro sta choràfia
ti san’àrte ìssa sto scotìdi.
ma sonn’èste ti ghirìzzi àvri.
Ce pàu, fola ton ìglio, i dikìmma
asciafìnnu te ròkke
pu-s-ezìa6 i ciùrindo tes imèreto:
asciafìnnu tin sporà ti o palèo
còsmo andin Grecìa tos èdike
………
Ha fatto foresta il sole
e la sua sfera lucente, con gli ultimi raggi,
che non bruciano più, ci saluta:
va ad illuminare le terre
che fino ad ora erano al buio.
Può darsi che ritorni domani.
E vanno, come il sole, i nostri
lasciano le zone pietrose
ove i loro avi vissero le loro giornate;
lasciano la spora che dall’antico
mondo greco hanno ereditato
LO STILE
Il Nucera è consapevole dell’esaurimento di uno stile poetico che nella nuova realtà rischia di perdere ogni funzione di messaggio, ed opera una serie di esperimenti linguistici che spesso risentono però di qualche imperfezione grammaticale o irregolarità morfologica. Ma la poesia è poesia della non poesia, della sua impossibilità, e il nostro autore sembra che abbia voluto rinvenire e riprodurre nella sua lingua, i suoni straordinariamente dolci e pieni della lingua della grecità di un tempo. Da quando gli antichi dèi sono morti, abbiamo a che fare con la manifestazione di uno spirito poetico originario, che ha formato per sé un mondo traendolo dai suoi pensieri e ha realizzato un’opera di tradizione orale, familiare e compiuta, secondo un progetto ben determinato e a lui peculiare. Nei versi in continua evoluzione di stile e di forma, si avverte una soffusa malinconia ed un profondo senso di delusione per ciò che è stato ed oggi non è più. La notte lo fa tremare nell’attesa del nuovo giorno che gli darà gioia e luce, che farà fugare ansia e paura, che farà rinascere la fantasia e la voglia di vivere, anche se la società odierna gli appare alienante e violenta.
A volte, ma solo per brevi istanti, si appiglia alla speranza e alla fede insieme al calore rasserenante degli affetti, ma sempre con un solido senso della realtà e con la genuina sensibilità del suo cuore. E’ l’attesa ciò che più lo tormenta e lo consola; l’attesa che arrivi Fotiny, la sua musa ispiratrice, la “luce” che potrà cancellare ogni ombra: Megàli Fotiny / ànisce tes ante-su mutangàra,/ ambrò tis thàlassa ti ullo chalànni… / to pèlago me funni ce me culumbìzi… (Gran portatrice di luce /schiudi le ante del tuo silenzio assordante / rema contro la marea che travolge ogni istante… / la burrasca mi ha sopraffatto e potrei annegare…)7.
LA CRITICA
D. Minuto, Fotiny, in Vasìa tis Amiddalìa, Edizioni Ellenofoni di Calabria, Reggio Calabria, 2006. Alcune poesie di Antonio Nucera erano già rintracciabili in F. VIOLI, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, Vol. I, ed. Iiriti, Reggio Calabria, 2005, un volume antologico che comprende tutti gli autori grecanici di Gallicianò ed inedito.
 
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1 Eugenio Montale, Auto da fé. Cronache in due tempi, Milano, Il Saggiatore Garzanti, 1966, p. 132; altre edizioni, 1972, 1982; infine, 1995, con una Premessa di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori.
2 A. Nucera, I Vasìa tis Amiddalìa, Edizioni Ellenofoni di Calabria, Reggio Calabria, 2006
3 Ulivo e Polo: sono gli schieramenti di centro-sinistra e centro-destra che in Italia si contendono il potere
4 A. Nucera, Alèa ce Combo sto Rìghi, in I Vasìa… cit., p. 75
5 oscìa: ombra
6 pu-s-ezìa: la s mediana è eufonica
7 A. Nucera, Canno viàta … ecìno ti thèlise, in I Vasìa… cit., p. 55
 

 

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