ANTONIO CATANEA ALATI - SI AGITA LA BORGHESIA RURALE

30.04.2016 21:19

Rubrica Europa ellenofona di Filippo Violi

SI AGITA LA BORGHESIA RURALE
Fu tra i primi a denunciare con forza, attraverso i suoi scritti, non solo il "genocidio bianco" che si stava consumando nei confronti della lingua, ma anche quello archeologico.
Storico appassionato di questa terra, Bova, cui era ombelicalmente legato anche per la professione, e dove era nato nel 1890, interrogava continuamente le pietre dell'antica Delia e di Scillaca, cercando di carpirne i segreti più nascosti, sepolti da montagne di secoli, di incuria e di rapina.
Rifiutando la bizzarria e il ricorso alle frasi di circostanza o infarcite di sospetti campanilismi, egli esercitava un ruolo importante tra gli storici di una terra dimenticata, affondando le sue convinzioni in ciò che emergeva appena tra le rovine di queste contrade.
LA STORIA COME ELEMENTO NUOVO, MA SENZA L'UOMO: NÉ COL " PELO ", NÉ " CONTROPELO "
Il Catanea non fu tra quelli che possedette come unici libri della sua vita le storie raccontate dai nonni e certamente badò poco alle ragioni storiche ed ai bisogni fondamentali dell'uomo grecanico, farcito com'era di una indifferente e positivistica morale borghese. Sempre assente ai motivi che narrava nei suoi libri, la sua arte non trasse elemento dall'uomo, la sua storia non comprese, anche se non escludeva, l'umanità.
I suoi risultati migliori nascono da un lato dalla dissoluzione critica dei giudizi consacrati dalla tradizione ottocentesca, e dall'altro dall'apertura e dal chiarimento di problemi trascurati dalla storiografia ufficiale moderna, cose queste che rivelano nel Catanea la presenza di facoltà analitiche e storiche non comuni. In lui fu prepotente e dominante lo scavo storico delle cose, non c'era posto per l'uomo. Ma la storia non esiste senza l'uomo, e questi furono i suoi limiti. Per il Catanea insomma l’uomo era "uno", al massimo "trino". Non c'è in lui, come fu dopo per il Nucera in " Rovine di Calabria 1", quella sottile vena di malinconia per tutti gli esiti impossibili che la storia ha registrato im questo territorio, quell'ansia di riscatto che anelava nel popolo grecanico e che aveva invece lasciato il posto alla rinuncia e alla rassegnazione. Nella poliedrica varietà dei suoi documenti ci sono invece gli eventi della storia di Bova e del suo territorio, indipendentemente dal popolo che li ha subiti. La sua storia è la storia di pochi, di notabili, di vescovi, di simboli, di orme di regine. Su questa terra (unica sua preoccupazione), le carni stracciate della gente grecanica che la coltivava, non lasciano orme, né testimonianze o presenze. Qua e là i suoi libri si infiorano di piccole scoperte critiche sugli scrittori del suo tempo ed egli è talvolta capace di ripagare la pazienza del lettore, con poche righe di delicata ed illuminante esegesi. Seguiamo il Catanea nello studio dell'opera dell'Autelitano 2 a proposito della fondazione di Bova: " Tutti gli scrittori che si sono occupati di Bova ne convennero a dirla antichissima e diversi addirittura fondata dai Locresi Epizzeffiri stessi nello stesso periodo in cui fu fondata Locri; e questa arbitraria asserzione servì di base al Vescovo Autelitano, nostro concittadino, per dare a Bova una origine che si perde nella fitta foschia dei tempi senza prove e senza logica alcuna. E invero è assurdo voler sostenere che fin dalla più remota antichità le montagne del nostro Appennino fossero abitate da gente greca poichè queste colonie ritraevano il loro sostentamento dall'agricoltura, il commercio e la navigazione: là ove gli approdi erano più facili e le terre più produttive esse si stabilivano. Riteniamo pertanto che la tesi sostenuta da costoro debba essere nettamente rigettata 3".
LA STORIA NELL' AGRICOLTURA
E dove e come va verificata la storia, il Catanea non esita ad affermarlo. C'è un preciso rapporto tra elementi di ricerca storica, che badano ai fatti storici, ed elementi di ricerca che, più che dello scavo archeologico, sottolineano l'importanza dello scavo "agricolo". Uno "scavo" in questa direzione, afferma il Catanea, apporta un contributo più che notevole alla chiarificazione ed identificazione dei problemi posti. In apparenza le "novità" del nostro autore sembrano apparire marginali alla ricerca, ma a ben guardare nel loro insieme, costituiscono un lavoro prezioso che offre non solo indicazioni determinanti per la ricostruzione storica dei nostri fatti, ma al tempo stesso portano contributi decisivi nel presentare nuove e diverse fonti d'indagine per gli studi della grecità calabrese, la quale non si rigola più e non solo sull'indagine archeologica e linguistica, ma anche e soprattutto sull'indagine economica dei popoli. Numerose e non lievi difficoltà si presentano a colui che ricerca le origini di Bova per la mancanza assoluta di notizie tramandateci dagli antichi scrittori: bisogna andare a tentoni servendoci delle scarse notizie che la storia regionale e le scienze affini alla storia ci possono fornire; poichè è necessario dare uno sguardo alla storia dell'agricoltura calabrese perchè essa potrà farci luce attraverso le tenebre in cui è involta l'origine di Bova.
La costante tradizione raccolta ma non utilizzata dall'Autelitano, che invece si perde in congetture favolose, ed inoltre confermata dallo stemma e dal nome, fa di Bova in origine un vaccarizio. Riferisce infatti la tradizione, raccolta oltre che dall'Autelitano da altri autori " che gli abitanti di uno o più paesi litoranei per sfuggire o per resistere a invasioni, saccheggi, o in conseguenza di tali fatti si rifugiarono a comune difesa in una località ben munita dalla natura e che precedentemente aveva servito come ricovero di bovini. In conseguenza al paese si diede il nome di Bova e allo stemma un bue 4" (....). Ma ciò non convince il Catanea il quale infatti afferma: " Seguiamo ora brevemente le vicende storiche antiche dell'agricoltura dell'Italia Meridionale. Anticamente i centri abitati stavano giù presso il lido: a pochi chilometri dalla popolosa costa ionica la folta vegetazione boschiva ricopriva le montagne ora brulle e denudate dalla ingorda insaziabilità umana. I coloni dell'antica Grecia avevano portato dalla loro Madre Patria latente il germe di quella civiltà che poi svilupparono mirabilmente nelle varie scienze ed arti tanto da esser data alla loro regione l'appellativo di Magna. Prima fra le prime a manifestarsi fu l'agricoltura, indice della civiltà di un popolo. I campi erano coltivati più accuratamente di quello che non siano adesso in molte località e specialmente, anzi unicamente nella zona marittima. L'allevamento dei bovini era invece molto limitato perchè le leggi e le dottrine pitagoriche proibivano l'uso della carne di bue 5 (.....).
L'ILLUMINISMO ENCICLOPEDICO DEL CATANEA
Fece capo per le sue notizie storiche su Bova all'Anonimo Bovese ed al lavoro dell'Autelitano su l'Enciclopedia dell'Ecclesiastico, ma si riferì anche a documenti notarili importanti che furono ragione storica al suo argomentare, infarcendo i suoi libri di una tale messe di notizie, anche dei più insignificanti particolari, che rivelava in lui un sapere ed una mentalità tipica dell'illuminismo enciclopedico. La quantità delle notizie non relegò mai ai margini la qualità dei fatti. Fin dalla sua prima opera, "In terra di Bova", pubblicata nel 1927, il Catanea si propone di mettersi in compagnia della storia per svilupparne un concetto diverso e per completarla. Inutilmente vi cercheremmo qualche scampolo di quella stoffa storica con cui il Manzoni cuciva i suoi romanzi. L'uomo è l'oggetto e non il soggetto della storia per il Catanea. Il suo è un tentativo di trovare quelle mutue relazioni che esistono fra le cose e che gli derivava dal rigore critico e scientifico di chi sa che la storia non può essere trattata in modo troppo esterno e approssimativo. Puntuali e precise testimonianze su Delia e su Scillaca, che andrebbero approfondite e che comunque, anni dopo la sua morte, spingono la Sovrintendenza regionale alle Belle Arti a scavare in quei luoghi, vengono fuori prepotentemente dalle sue pagine. Egli non si limita al solo "scavo" archeologico, ma tocca, anche se in maniera epidermica, argomenti linguistici che si collegano in ogni caso alle sue ricerche storiche. Il suo sembra sempre il tentativo di rievocare i grandi quadri storici nell'intento di darci la vera immagine di quella piccola icona che era rappresentata dalla presenza di Bova nella storia, più che un vero scavo storico. Per nulla frettolosa ma facile agli indugi appare la sua lingua, ricercata, dai periodi lunghi ma mai faticosi. Il modello è la lingua colta del suo tempo senza confusione di stili, ma anche senza stili particolari. E' un uomo di studio il Catanea, distaccato, e se la terra che egli ama tanto solo professionalmente, si bagna di sudore umano, il fatto non gli appartiene, il suo tono continua ad essere sempre distaccato.
10.4 LE OPERE DELLA MATURITA':" LE ORIGINI DI BOVA E DEL SUO NOME". OPERE VARIE.
Opera organica e compatta che abbonda in commenti e digressioni e la disposizione ad esibire cultura che ritroviamo nel primo lavoro del Catanea, ci viene incontro anche nell'altra sua fatica di genere storico. Intanto "In terra di Bova" si chiude con una presa di posizione contro il Rohlfs e la teoria dell'arcaicità della lingua che anche in questo autore, come in tanti del suo periodo - vissuti in epoca di esaltazione della romanità - sa di tributo al regime fascista: " L'assurdità di queste conclusioni 6 che cozzano con la storia e con la logica non è chi non veda. La presenza nel dialetto di Bova di vocaboli greco-classici, riscontrati da tutti coloro i quali si sono approfonditi nello studio linguistico, non basta a provare l'originarsi del dialetto attuale da una lenta trasformazione della lingua classica. Chi può negare che essi possono essere sopravvissuti isolatamente in un mondo linguistico a cui non appartenevano e costituito dal latino prima, dal greco bizantino poi...7?.
E naturalmente, il Catanea risolve ancora una volta il problema con i processi e gli esiti storici, affollando le figure più di quanto in realtà servissero." Le origini di Bova e del suo nome " viene pubblicato postumo nel 1969 e le testimonianze del primo volume si ampliano ed amplificano il processo storiografico iniziato con "In terra di Bova". C'è però nel secondo volume qualche velata traccia di campanilismo e il tentativo di correggere la propria posizione sulla lingua grecanica insieme ad una disamina della situazione economica e demografica della zona. Sull'origine storica di Scillaca, che egli definisce ormai latina, e di Delia, a suo parere bizantina, il Catanea argomenta comunque con precise testimonianze la presenza di queste città nelle contrade Deri e Sciddhàca8, oggi San Pasquale: E' risaputo infatti che i Romani nell'antichità costruirono, col contributo di alcuni tra i popoli abitanti lungo il suo percorso, una strada che da Polla (Forum Popilii) andava verso Reggio e poi da Reggio verso Taranto, e di essa ci è pervenuto l'itinerario che va generalmente sotto il nome di Antonino. In esso per il versante jonico della provincia sono segnate le seguenti stazioni e distanze in miglia: REGIUM XX DECASTADIUM XII HIPPORUM XXIV ALTANUM XX SUBCISIVUM XXIV SUCCEIANUM XX COCINTHUM (Monasterace Marina): percorso 120 miglia, pari a Km. 177,720. Ma né Decastadium né Hipporum di questo itinerario corrispondono alla nostra San Pasquale, la quale invece è intermedia tra essi. In epoca successiva, la strada, che era ridotta in cattivo stato, fu necessario riattarla cambiando talvolta il tracciato e spostando le stazioni. Una copia grafica di questi itinerari stradali del IV secolo sfidò miracolosamente il tempo giungendo sino a noi che la conosciamo con il nome di " Tavola Peutingeriana " per il posto dove essa fu ritrovata. Sulla Tavola Peutingeriana le ricerche sono state fruttuose. essa porta infatti le seguenti stazioni e distanze in miglia: REGIUM V LEUCOPETRA XX SCYL....9. LX LUCS XXX CAULON (Monasterace Marina) percorso 115 miglia, pari a Km. 170,315. Premesso che Reggio dal lato Sud, secondo quanto scrisse Strabone, distava 50 stadi (Km.9,260)dalla Punta di Capo d'Armi (Leucopetra Promontorium) e che da Reggio alla prima stazione itineraria indicata dalla Tavola, che era denominata pure Leucopetra, intercorrevano V miglia (Km./ 7,405) ne deriva che la stazione di Leucopetra distava Km.1,855 dalla punta di Capo d'Armi. Tale stazione era dunque posta presso la foce del Torrente San Vincenzo di Lazzaro, mentre il quartiere più meridionale di Reggio corrispondeva all'attuale abitato di Pellaro. Da stazione Leucopetra a stazione Scyl... intercorrevano XX miglia, (Km.29,620) la quale distanza porta alla contrada San Pasquale di Bova Marina
10. Di rilevante importanza nel lavoro del Catanea, la tesi sostenuta dall'autore, contrariamente al Morisani11 prima e al Nucera12 poi quel tale Laurentius episcopus che gli autori citati vogliono vescovo di Bologna, e che il Catanea dice vescovo di Bova, sostenendo che l'iscrizione "bonensis" accanto al nome sia un errore di trascrizione per "bovensis". La cosa potrebbe non aver molto valore a prima vista, in realtà la notizia serve a meglio definire la ricostruzione della Cronotassi dei vescovi di Bova e , di conseguenza, la storia della città. La tesi del Catanea - ma nessuno se ne era mai accorto evidentemente13 - aveva già ricevuto due indirette testimonianze un secolo prima nel libro del Pellegrini14 ed una conferma, in tempi più vicini al Ctanea stesso, nell'opera di Domenico Bertone15. Il Pellegrini infatti, riferendo dei canti del Witte pubblicati in "Tragudia Romaicà " dal Passow, nota in calce alla pagina segnalata che, nel discorso di cui trattasi, vi è la data insieme al nome della città che viene trascritta " Bona " e non " Bova ". E che in quel documento si trattasse di Bova non potevano esserci certamente dubbi. Per quanto attiene la testimonianza del Bertone, bisogna in verità dire che il Catanea aveva cambiato opinione proprio in relazione ad essa, perchè nel suo primo volume16 aveva sostenuto che Bova si chiamasse indifferentemente " Bova " o " Bona ". In un atto pubblico, riportato dal Bertone17, troviamo però che il notaio G.A. Orlando del luogo nell'anno 1709, scrive alla fine di un documento "Cinitate Bona", dove la " v " assumeva la forma di una " n ". Ora se questo era possibile per la parola Bova, non lo era certamente per l'espressione " Civitate " perché illogico ed artificioso.
QUASI UN BILANCIO
Il Catanea vive la storia del suo paese non in maniera riflessa anche se appalesa un certo distacco dalla storia umanizzata, egli cerca, scava, interroga. Qua e là balzano evidenti riferimenti ad una città ebraica non altrimenti conosciuta a livello archeologico, ma che oggi ha trovato conferma nei recenti ritrovamenti in contrada San Pasquale, soprattutto dopo il rinvenimento di un mosaico raffigurante, tra l’altro, il “ nodo di Salomone“. Nei suoi libri assumono valore di apprezzabile approfondimento le varie fasi della storia della Calabria e della Bovesìa in particolare, le diverse fasi della colonizzazione greca; la storia e la Cronotassi dei vescovi di Bova; uno studio approfondito sullo stemma della città di Bova e sui primi feudatari della zona. Una buona bibliografia completa poi l'opera del nostro autore. " In terra di Bova ", pubblicato nel 1927, e "Le origini di Bova e del suo nome" del 1969, rappresentano insomma le ricerche più serie ed appassionate sull'origine e la storia della città di Bova, dalla preistoria alla terza colonizzazione greca, completata da indici statistici per quanto riguarda la popolazione, la situazione demografica ed economica della zona intorno all'anno Mille. Cronista attento di avvenimenti storici, ricercatore ed egli stesso storico e studioso di storia regionale e locale, acuto osservatore degli elementi più importanti che fecero la storia della città di Bova, il Catanea, con un linguaggio veloce e chiarificatore, e con un stile proprio degli scrittori degli studiosi di cose storiche, porta un contributo più che notevole alla chiarificazione dei tanti problemi posti dalle leggende, ed offre non solo indicazioni determinanti per la ricostruzione critica della nostra storia, ma al tempo stesso presenta nuove e più rivoluzionarie fonti d'indagine e di ricerche. Morì a Bova Marina il 17 febbraio del 1967.
BIBLIOGRAFIA
Il Catanea, esperto e studioso agronomo, ha pubblicato una dozzina di libri su coltivazione e tecniche della coltivazione, nei quali non mancano riferimenti anche storici ai nostri luoghi.
In terra di Bova, ed. ITE, Reggio Calabria, 1927; Le origini di Bova e del suo nome, Tip.Italo-Oriente "San Nilo" Grottaferrata (Roma), 1969;
LA CRITICA
F.Violi, Storia degli studi e della letteratura popolare grecanica, Bova,1992; F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001
 
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1 F.Nucera, Rovine di Calabria, Reggio Calabria, Casa del libro, 1974
2 G.Autelitano, Enciclopedia dell'Ecclesiastico,Tomo IV
3 A.Catanea, In terra di Bova, ITE, Reggio Cal.1927, pp.14-15
4 A.Catanea, In terra di Bova, ITE, Reggio Cal.1927, pp.15-16
5 A.Catanea, In terra di Bova, cit., p.17
6 Le teoria del Nieburh e del Rohlfs, nota mia
7 A. Catanea, In terra di Bova, cit., p. 99
8 Toponimi in territorio di Bova Marina
9 Si rammenta che il nome Scyl...( che ci rammenta molto da vicino il toponimo Sciddhàca che ancora persiste in territorio di Bova) è mutilo per corrosione
10 A. Catanea, Le origini di Bova e del suo nome, Tip. Italo-Oriente "San Nilo", Grottaferrata (Roma),1969, pp.42-44
11 G. Morisani, Inscriptiones Rheginae dissertationibus inlustratae, Napoli, ed Simoni, 1770
12 F. Nucera, Rovine di Calabria, cit.
13 Lo facciamo noi per doveroso omaggio al Catanea
14 A. Pellegrini, Il dialetto greco-calabro di Bova, cit., p.XXIII
15 D.Bertone, I popoli preistorici dell’Italia, cit.
16 A.Catanea, In terra di Bova, cit.
17 D. Bertone, già citato nel capitolo relativo all’autore: IX.11

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