Anassila,

15.08.2016 12:49

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi - ANASSILA DI REGGIO

Anassila, il tiranno reggino, vinse ad Olimpia con un carro tirato dalle mule nel 480 a.C.. Per la sua vittoria Simonide scrisse un epinicio di cui rimane traccia in un unico verso:
……….
Salve, o figlie delle cavalle dai piedi di procella
………….
La notizia ci è stata tramandata da Eraclide Pontico1 e da Aristotele2. In Aristotele si legge che Simonide non voleva assolutamente comporre alcun carme poiché Anassila non era stato generoso nella ricompensa che avrebbe dovuto dare al poeta. Alla fine però l’epinicio fu composto. Evidentemente, come viene ricordato da Aristotele, poiché Anassila si era deciso a pagare bene Simonide:
………
FIGLIE DI CAVALLE
………. Non mule ma figlie di cavalle chiamò Simonide le mule per celebrare la vittoria a Olimpia del reggino Anassila. Le avrebbe chiamate semi-cavalle, o figlie di asini, se Anassila non avesse allargato i cordoni della borsa.
…………..
Dal racconto di Eraclide invece traiamo le seguenti notizie3:“Anassila Messenio fu tiranno (dei Reggini) e, avendo vinto ad Olimpia con le mule, invitò a banchetto i Greci. E un tale lo motteggiò dicendo: che cosa mai avrebbe fatto costui, se avesse vinto con i cavalli? Simonide compose pure l’epinicio”.
L’orgoglio di Anassila per questa vittoria arrivò alle stelle al punto che, come ci racconta Aristotele e ci confermano le stesse monete dell'epoca, immortalò sui conii delle due città a lui sottomesse (Reggio e Messina), la sua biga che aveva vinto nella Olimpiade del 480 a.C.. Lo stile della tetradramma è di una estrema arcaicità: il cocchio è ritratto di profilo; anche qui, benché gli animali da raffigurare siano soltanto due, è adottato il poco riuscito espediente del doppio contorno per far capire che si tratta di una pariglia. L'auriga, che impugna nella mano sinistra il lungo kéntron4, ha le braccia protese a dirigere la sua baldanzosa pariglia. Egli però non sta in piedi sul tipico carro elladico di derivazione guerresca normalmente usato nelle corse equestri, ma sta seduto su uno stretto sedile sospeso tra due alte ruote sottili: e il leggerissimo carro tirato dalle mule ci appare quasi unprecursore dei moderni sulkies usati nelle attuali gare di trotto. Nell'esergo risalta una foglia di oleastro, simbolo della vittoria olimpi
LE MULE NELLE GARE
Anche il modesto mulo viene così eternato dall'ambizione e dalla vanità di un despota sulle monete greche, ma non sarà certo l'orgoglio di Anassila a offrire a questo ostinato animale il più alto tributo d'arte della Grecia classica: pochi decenni dopo la vittoria del tiranno di Messina, toccherà alle vigorose mule del siracusano Agesia e di Psaunúde di Camarina, vincitori, rispettivamente, della 78a e 82a Olimpiade (468 e 452 a.C.), l'onore degli epinici dei vincitori di Olimpia; e sarà Pindaro a cantarle6. Nel mondo ellenico questi nostri modesti animali erano considerati degni dei cocchi dei re. Ecco come canta Omero nel XXIV canto dell’Iliade a proposito dei figli di Priamo che preparano il carro che porterà ad Achille i doni offerti dal vecchio re per riscattare il corpo di Ettore: “... Infine aggiogarono le mule, unghie forti, pazienti a tirare, che i Misi diedero un giorno a Priamo, dono superbo... 7.”
Nell'Odissea sono le due belle mule dai robusti zoccoli, aggiogate al cocchio di Nausicaa che guidano il derelitto Ulisse verso la calda ospitalità dei Feaci.
Tra la morte di Ettore e quella di Alessandro il Grande corre quasi un millennio: dieci secoli in cui la civiltà greca nasce, si sviluppa, muore. Diodoro, tuttavia, ci racconta che il carro che portò nel lungo, imprevisto viaggio il corpo dell'eroe macedone da Babilonia ad Alessandria, era tirato da sessantaquattro vigorosi muli: si badi bene, non cavalli, quei cavalli che pure avevano vissuto con Alessandro tutta la grande avventura che da Pella li aveva portati ai piedi dell'Himalaya. Sono i muli che accompagnano nel suo ultimo trionfale viaggio le spoglie del giovane semidio.
Ma non solo quando era aggiogato ai carri dei re, non solo nei cortei maestosi, questo animale trovava in quell'epoca il suo momento di gloria: nella società greca il mulo entra trionfalmente anche nel mondo, a un tempo religioso e agonistico, dei grandi giochi panellenici e il presentimento di ciò è già nel XXIII canto dell'Iliade, quello dei giochi funebri in onore di Patroclo, quando, una mula non è doma.
La più difficile a domare8, infatti costituisce il premio regale offerto da Achille per il vincitore della gara di pugilato.
Fu comunque nei grandi giochi panellenici di Olimpia che le mule, aggiogate alle agili bighe, entrarono addirittura negli ippodromi a disputare gare né più né meno dei più focosi cavalli.
La cosa oggi può forse far sorridere, ma la gara dei cocchi mulari era disputata come tutte le altre gare ippiche prevalentemente da re, tiranni e gran signori che dalle più lontane póleis mandavano a Olimpia i loro più abili aurighi, i carri più belli e le più vigorose pariglie.
L’epinicio di Simonide e la beffa del Natoli
Alla fine di questo paragrafo dedicato ad Anassila, ci piace ricordare la beffa giocata dal canonico Natoli9, grecista bovese che, in una lettera inviata al direttore della <<Rivista Storica Calabrese>>, annunciava di aver avuto l’epinicio che Simonide aveva dedicato ad Anassila per la sua vittoria ad Olimpia, e che qui riportiamo in parte in lingua italiana:
………………
Salve, ebbre di gloria all’alte bighe in testa,
o figlie di sonipedi dal vol della tempesta;
s’ei fur veloci, a vincerli non ratteneste il piè.
Voi trovo forte ai premii della corona d’oro;
l’ugna, che rape in ardue gare i bei cocchi, onoro,
che a non mortale encomio erge l’auriga, il re:
il prode figlio, l’inclito erede di Critine,
cui dell’Alfeo su i vortici recar l’aure reggine,
turbo di ruote, fremito d’equestre corridor.
Ebbe ghirlanda e merito per le poledre snelle,
superbe, rapidissime al apro di procelle,
molcendo i colli indocili con senno domator.
Perciò ti canto. Prenditi l’arco dell’inno e il serto,
dei mirti felicissimi d’Alece a te conserto;
ti aleggia la vittoria nei sacri ludi al crin.
 
 
____________________________________________________________
 
1 De rebus publicis XXV 5 = FHG II 219
2 Rhetorica III 2, 1405 b 23, p.181 Roemer
3 F. Mosino, Simonide, Esopo e le mule, Quaderni Urbinati di cultura classica, Edizioni Dell’Ateneo & Bizzarri, estr. n. 28 -1978, pp. 93-96
4 Specie di pungolo usato per stimolare e guidare i cavalli. Oggi, in grecanico, viene detto “cendrì”
5 L'opinione generale degli studiosi della monetazione greca siciliana è che si tratti di una foglia di alloro; ma perché se Anassila aveva vinto ad Olimpia - incidere sulla moneta che ricordava quella vittoria una foglia dell'alloro con cui venivano intrecciate le corone dei vincitori di Delfi? Il premio del vincitore di Olimpia era invece una corona di oleastro e sembra quindi logico pensare che la foglia raffigurata nell'esergo di questa moneta sia proprio di oleastro, tanto più che ne ha esattamente la forma. A tal proposito vorrei qui ricordare che Colote, discepolo di Pasitele di Peripoli (cittadina magnogreca ai confini occidentale di Locri), tra le opere che aveva fatto, aveva anche scolpito in oro e avorio il tavolo su cui si deponevano le corone di coloro i quali concorrevano ai giochi Olimpici
6 Olimpiche, VI e V
7 Omero, Iliade, XXIV, vv. 277, 278.
8 Omero, Iliade, c. XXIII, vv. 654, 655.
9 Il canonico bovese Pasquale Natoli, sulla Rivista Storica Calabrese (8,1900, pp.434-436), pubblicò il presunto testo dell’epinicio di Simonide che sarebbe stato ritrovato nel 1896. Il testo greco fu poi tradotto in italiano da G.B. Moscato.

 

ANASSILA DI REGGIO
Anassila, il tiranno reggino, vinse ad Olimpia con un carro tirato dalle mule nel 480 a.C.. Per la sua vittoria Simonide scrisse un epinicio di cui rimane traccia in un unico verso:
……….
Salve, o figlie delle cavalle dai piedi di procella
………….
La notizia ci è stata tramandata da Eraclide Pontico1 e da Aristotele2. In Aristotele si legge che Simonide non voleva assolutamente comporre alcun carme poiché Anassila non era stato generoso nella ricompensa che avrebbe dovuto dare al poeta. Alla fine però l’epinicio fu composto. Evidentemente, come viene ricordato da Aristotele, poiché Anassila si era deciso a pagare bene Simonide:
………
FIGLIE DI CAVALLE
………. Non mule ma figlie di cavalle chiamò Simonide le mule per celebrare la vittoria a Olimpia del reggino Anassila. Le avrebbe chiamate semi-cavalle, o figlie di asini, se Anassila non avesse allargato i cordoni della borsa.
…………..
Dal racconto di Eraclide invece traiamo le seguenti notizie3:“Anassila Messenio fu tiranno (dei Reggini) e, avendo vinto ad Olimpia con le mule, invitò a banchetto i Greci. E un tale lo motteggiò dicendo: che cosa mai avrebbe fatto costui, se avesse vinto con i cavalli? Simonide compose pure l’epinicio”.
L’orgoglio di Anassila per questa vittoria arrivò alle stelle al punto che, come ci racconta Aristotele e ci confermano le stesse monete dell'epoca, immortalò sui conii delle due città a lui sottomesse (Reggio e Messina), la sua biga che aveva vinto nella Olimpiade del 480 a.C.. Lo stile della tetradramma è di una estrema arcaicità: il cocchio è ritratto di profilo; anche qui, benché gli animali da raffigurare siano soltanto due, è adottato il poco riuscito espediente del doppio contorno per far capire che si tratta di una pariglia. L'auriga, che impugna nella mano sinistra il lungo kéntron4, ha le braccia protese a dirigere la sua baldanzosa pariglia. Egli però non sta in piedi sul tipico carro elladico di derivazione guerresca normalmente usato nelle corse equestri, ma sta seduto su uno stretto sedile sospeso tra due alte ruote sottili: e il leggerissimo carro tirato dalle mule ci appare quasi un
1 De rebus publicis XXV 5 = FHG II 219
2 Rhetorica III 2, 1405 b 23, p.181 Roemer
3 F. Mosino, Simonide, Esopo e le mule, Quaderni Urbinati di cultura classica, Edizioni Dell’Ateneo & Bizzarri, estr. n. 28 -1978, pp. 93-96
4 Specie di pungolo usato per stimolare e guidare i cavalli. Oggi, in grecanico, viene detto “cendrì”
precursore dei moderni sulkies usati nelle attuali gare di trotto. Nell'esergo risalta una foglia di oleastro, simbolo della vittoria olimpica
5.
LE MULE NELLE GARE
Anche il modesto mulo viene così eternato dall'ambizione e dalla vanità di un despota sulle monete greche, ma non sarà certo l'orgoglio di Anassila a offrire a questo ostinato animale il più alto tributo d'arte della Grecia classica: pochi decenni dopo la vittoria del tiranno di Messina, toccherà alle vigorose mule del siracusano Agesia e di Psaunúde di Camarina, vincitori, rispettivamente, della 78a e 82a Olimpiade (468 e 452 a.C.), l'onore degli epinici dei vincitori di Olimpia; e sarà Pindaro a cantarle6. Nel mondo ellenico questi nostri modesti animali erano considerati degni dei cocchi dei re. Ecco come canta Omero nel XXIV canto dell’Iliade a proposito dei figli di Priamo che preparano il carro che porterà ad Achille i doni offerti dal vecchio re per riscattare il corpo di Ettore: “... Infine aggiogarono le mule, unghie forti, pazienti a tirare, che i Misi diedero un giorno a Priamo, dono superbo... 7.”
Nell'Odissea sono le due belle mule dai robusti zoccoli, aggiogate al cocchio di Nausicaa che guidano il derelitto Ulisse verso la calda ospitalità dei Feaci.
Tra la morte di Ettore e quella di Alessandro il Grande corre quasi un millennio: dieci secoli in cui la civiltà greca nasce, si sviluppa, muore. Diodoro, tuttavia, ci racconta che il carro che portò nel lungo, imprevisto viaggio il corpo dell'eroe macedone da Babilonia ad Alessandria, era tirato da sessantaquattro vigorosi muli: si badi bene, non cavalli, quei cavalli che pure avevano vissuto con Alessandro tutta la grande avventura che da Pella li aveva portati ai piedi dell'Himalaya. Sono i muli che accompagnano nel suo ultimo trionfale viaggio le spoglie del giovane semidio.
Ma non solo quando era aggiogato ai carri dei re, non solo nei cortei maestosi, questo animale trovava in quell'epoca il suo momento di gloria: nella società greca il mulo entra trionfalmente anche nel mondo, a un tempo religioso e agonistico, dei grandi giochi panellenici e il presentimento di ciò è già nel XXIII canto dell'Iliade, quello dei giochi funebri in onore di Patroclo, quando, una mula non è doma.
La più difficile a domare8, infatti costituisce il premio regale offerto da Achille per il vincitore della gara di pugilato.
Fu comunque nei grandi giochi panellenici di Olimpia che le mule, aggiogate alle agili bighe, entrarono addirittura negli ippodromi a disputare gare né più né meno dei più focosi cavalli.
5 L'opinione generale degli studiosi della monetazione greca siciliana è che si tratti di una foglia di alloro; ma perché se Anassila aveva vinto ad Olimpia - incidere sulla moneta che ricordava quella vittoria una foglia dell'alloro con cui venivano intrecciate le corone dei vincitori di Delfi? Il premio del vincitore di Olimpia era invece una corona di oleastro e sembra quindi logico pensare che la foglia raffigurata nell'esergo di questa moneta sia proprio di oleastro, tanto più che ne ha esattamente la forma. A tal proposito vorrei qui ricordare che Colote, discepolo di Pasitele di Peripoli (cittadina magnogreca ai confini occidentale di Locri), tra le opere che aveva fatto, aveva anche scolpito in oro e avorio il tavolo su cui si deponevano le corone di coloro i quali concorrevano ai giochi Olimpici
6 Olimpiche, VI e V
7 Omero, Iliade, XXIV, vv. 277, 278.
8 Omero, Iliade, c. XXIII, vv. 654, 655.
La cosa oggi può forse far sorridere, ma la gara dei cocchi mulari era disputata come tutte le altre gare ippiche prevalentemente da re, tiranni e gran signori che dalle più lontane póleis mandavano a Olimpia i loro più abili aurighi, i carri più belli e le più vigorose pariglie.
L’epinicio di Simonide e la beffa del Natoli
Alla fine di questo paragrafo dedicato ad Anassila, ci piace ricordare la beffa giocata dal canonico Natoli9, grecista bovese che, in una lettera inviata al direttore della <<Rivista Storica Calabrese>>, annunciava di aver avuto l’epinicio che Simonide aveva dedicato ad Anassila per la sua vittoria ad Olimpia, e che qui riportiamo in parte in lingua italiana:
………………
Salve, ebbre di gloria all’alte bighe in testa,
o figlie di sonipedi dal vol della tempesta;
s’ei fur veloci, a vincerli non ratteneste il piè.
Voi trovo forte ai premii della corona d’oro;
l’ugna, che rape in ardue gare i bei cocchi, onoro,
che a non mortale encomio erge l’auriga, il re:
il prode figlio, l’inclito erede di Critine,
cui dell’Alfeo su i vortici recar l’aure reggine,
turbo di ruote, fremito d’equestre corridor.
Ebbe ghirlanda e merito per le poledre snelle,
superbe, rapidissime al apro di procelle,
molcendo i colli indocili con senno domator.
Perciò ti canto. Prenditi l’arco dell’inno e il serto,
dei mirti felicissimi d’Alece a te conserto;
ti aleggia la vittoria nei sacri ludi al crin.
9 Il canonico bovese Pasquale Natoli, sulla Rivista Storica Calabrese (8,1900, pp.434-436), pubblicò il presunto testo dell’epinicio di Simonide che sarebbe stato ritrovato nel 1896. Il testo greco fu poi tradotto in italiano da G.B. Moscato.

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