"Il capofamiglia" di Salvatore Borrelli. L'angolo della recensione a cura di Rosa Marrapodi

07.08.2016 18:21

7.08.2016

La vicenda umana, professionale e sociale di un bravo laureato di provincia è al centro di questa bella storia romanzata del dr. Salvatore Borrelli, poliedrico intellettuale dei nostri tempi, che dell’etica politica fa il centro tematico della sua interessante pubblicazione “Il Capofamiglia”. Dante, il protagonista, giovane di belle speranze, da docente precario deve lasciare Bramos, il proprio paese, in provincia di Reggio Calabria, per Pignataro Maggiore, piccolo centro della Campania, dove è stato nominato per una supplenza.

Incomincia da qui, dalla scuola, la sua avventura personale, che si snoda attraverso una serie di avvincenti sequenze, che, imprevedibilmente, fanno di lui, da portavoce e protagonista indiscusso delle aspirazioni di cambiamento, di non fittizio progresso, di liberazione dai non tanto occulti, radicati, poteri ambientali, una vittima ed un martire di quegli stessi vincoli socio-politici che avrebbe voluto scardinare nell’interesse dell’ordine sociale.

 

Bramos, teatro dei fatti narrati, già simbolo della sua corrotta essenza nel nome stesso, rappresenta il paese tipo, in cui tutti i piccoli centri del Sud si potrebbero riconoscere, fatto di ipocrisie, di rancori, di rivalità pseudopolitiche, di entusiasmo e slancio emotivo collettivo, ma, quando occorra, di tanta solitudine ed omertà.

Il potere politico locale, corrotto e condizionato da quello del malaffare, attraverso i partiti del “Centro Despota”, “Del centro a Manca” e del “Movimento 4 zeppole”, diversi nel nome ma simili negli obiettivi da raggiungere, sta “a guardare…non a vedere”, devoto all’immobilismo, all’”aegritudo animi”, all’accidia innata di petrarchiana memoria, da cui neanche i terremoti e le alluvioni più catastrofiche riescono a staccarlo.

 

In esso manca proprio lo slancio emotivo, la vera passione morale e civile, perché possa condurre e vincere la battaglia per la parità di trattamento tra Nord e Sud, superando il divario che storicamente li ha contrassegnati. Dante è un “filosofo” idealista, che sa parlare e ad effetto, per cui sfrutta tutte le buone occasioni per diffondere le proprie idee, fondate su una originale quanto valida politica sociale, in cui “il sistema”, per reggere e per non fallire, dev’essere gestito da un capo carismatico, sentito e rispettato come tale da tutti gl’Italiani.

 

Egli ricorre, a questo proposito, alla metafora dell’orologio perfetto, alla svizzera, per farci capire che ”anche il più insignificante ingranaggio quando viene meno al suo ruolo, ha la responsabilità di bloccare l’intero sistema” .Occorre, pertanto, ai fini di una parità reale fra tutti i cittadini, del sud e del nordd’Italia, un “capofamiglia”, garante del rispetto di quelle regole che rappresentano ”il mezzo perrendere fluidi e dinamici i componenti di ogni sistema.”

 

Centrale, a tale scopo, la figura del Presidente della Repubblica nella qualità di garante dell’uguaglianza di tutti i cittadini, figli e non figliastri.

 

Non vede, Dante, nel suo “sistema” ideale, risolutore di ogni sperequazione storica, una sorta di democrazia diretta, alla Rousseau, no, ma uno Stato in cui vi sia una figura apicale, determinata nel fare funzionare “il sistema società progettata secondo le regole necessarie per il conseguimento del benessere e della crescita” uguale per tutti, “dalla nebbia del Nord allo scirocco del Sud,… dalle Alpi a Lampedusa”.

 

Il coraggioso prof Dante, che trascina nel suo “sistema vitale”  anche Clelia, la sua amica del cuore, è un meridionale purosangue, nelle cui vene pulsa l’orgoglio di appartenenza a quel Sud delle cui istanze giuridico-sociali assurge a credibile portavoce, capace di ridicolizzare e sputtanare in pubblico i corrotti notabili della politica locale, oltre che a mettere lo sgambetto ai portatori del Santo in processione, facendo cadere a terra la statua e chi la portava.

 

Una sfida dopo l’altra a don Mimì e al potere malavitoso di cui egli è il capo emblematico, che il nostro giovane eroe sconterà cara! Egli, che aveva osato mettersi in evidenza con i suoi discorsi di parità sociale prima in piazza e poi alla televisione di Stato, pagherà caramente, infatti, questa “non autorizzata” visibilità e pubblicità del “suo sistema”.

 

Dante non doveva essere visibile, non poteva esercitare un’azione di disturbo a “ quell’ordine sociale” fatto di corruzione, di collusioni, di ruberie, d’omertà e di silenzi, di emarginazione dei “disturbatori”.

 

Morirà, il nostro gioioso Dante, insieme alla sua Clelia, ucciso da quel potere contro cui aveva osato combattere. Spirerà, il nostro eroe da tragedia alfieriana, a due passi dal Presidente della Repubblica, quel capofamiglia, quel padre nella cui buonafede aveva creduto, nel cui animo non c’è spazio per la pietà per il tragico destino del giovane meridionale.

 

In lui, nel pater familias nazionale, prevarrà l’attaccamento alla poltrona ed alla casta di appartenenza.

 

Il rubino portato al dito destro era più rosso e più importante del sangue di “ un nuddu”, un nessuno di nome Dante, sparso sui binari alla stazione della capitale.

 

Non sembrerebbe ad una lettura superficiale, ma a leggere attentamente l’opera dello scrittore S. Borrelli, si ha davanti l’Italia attuale, quella del governo Renzi, con i suoi provvedimenti sui docenti precari e non solo.

 

Trovano spazio, infatti, anche se di striscio, assunti sugli extracomunitari e sulla loro delusione storica; ed ancora sui “gay” attraverso la tanto avvincente quanto poco convincente “filosofia della poligamia per natura”.

 

Da un prologo allegro, leggero e divertente si arriva, così, scena dopo scena, ad epilogo cupo, pesante e tragico.

 

Ai giovani che scappano dai loro già spopolati paesi, quasi moralmente tutti in macerie “ perché non ne è rimasto più niente per cui lottare”, Dante, morente sui binari del treno, sembra dire “Io ho segnato la strada, continuate a percorrerla, perché il mio sacrificio non sia stato vano!”

 

Il prof Dante aveva intuito che, nella peggiore delle ipotesi, avrebbe fatto una brutta fine nello scontro eroe popolare – don Mimì tiranno, in quanto quest’ultimo era ben rappresentato, nelle stanze dei “bottoni”, dagl’intoccabili protetti, comodi paravento all’apparenza puliti e trasparenti, dietro i quali i tanti don Mimì si nascondevano e si nascondono facilmente.

 

In fondo lui, Dante, chi era? Uno “strunzu”, capace di fare e far fare fischi e pernacchie; nella sostanza non era “nugliu”, nessuno! Eppure a noi è sembrato tanto l’eroe del terzo millennio, in quella bella, scultorea e memorabile scena finale, in cui lui e Clelia, già segnati dai mortali spari, in una reciproca ultima ratio, si ribadiscono per l’eternità il loro grande e sfortunato amore.

 

Ed ancora abbiamo apprezzato i piacevoli dialoghi e l’incisivo uso del dialetto ora in napoletano ora in calabrese, due anime che si fondono in una indissolubile entità spirituale che lo scrittore, teneramente e orgogliosamente, custodisce dentro il proprio cuore.

 

 Rosa Marrapodi

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